505:Turbine di Pensieri

 

 

 

è come quando guardi un concerto degli Arctic Monkeys.

Anzi…

Forse è peggio.

 

 

Non lo so,le emozioni in quei momenti sono cosi forti e travolgenti che te ne dimentichi subito.

Ma quando un’emozione simile si fa viva grazie a qualche altro motivo -boom!- ricordi tutto nitidamente.

 

 

La sua voce,quella voce mi stravolge.

Mi sento completamente intontita,e il cuore inizia ad andare veloce come se stessi per perdere il treno.

Stai per perdere qualcosa di importante…stai attenta…

E mi si rompe la voce,il groppo il gola…adesso piango.

No,non piango,è troppo bello per essere vero.

Non è amore,è qualcosa di più grande di tutto ciò,qualcosa di più grande di me e di lui messi insieme,qualcosa che non potremmo mai capire neanche se ci incontrassimo.

Credo soltanto che io inizierei a ridere istericamente e che lui inizierebbe a guardarmi imbarazzato.

Si,è cosi che andrà il nostro incontro.

Ma io sarò felice,perchè lo amo,e lui è li,vivo e bellissimo come sempre.

 

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Le telefonate notturne

 

L’altro giorno leggendo ‘’La zona morta’’ mi è venuta in mente una cosa e ho iniziato a vagare con i pensieri e i ricordi a riguardo.

 

Una chiamata nel cuore della notte di solito significa una di queste tre cose: un vecchio amico si trova nei pasticci e decide che tu saresti felice di saperlo anche alle due del mattino; uno sbaglio di numero; brutte notizie.

                                                       Da La Zona Morta di Stephen King

Le chiamate nel cuore della notte,una delle mie massime fino a pochi mesi fa.

Ora non succede più,per fortuna,aggiungerei,ma fino a qualche mese fa tenevo il telefono acceso e accanto al letto nel caso mi chiamasse qualcuno nel cuore della notte.

Quando ti chiama qualcuno nel cuore della notte la prima cosa a cui pensi è «Chi è morto?» – «Chi ha avuto un incidente?» – «Chi sta male?».

La maggior parte delle volte i pensieri istintivi che ci facciamo si avverano e dopo qualche secondo che hai risposto scopri che è morto un tuo vecchio zio che vive a trecento chilometri di distanza da te,che tuo padre è stato appena sottoposto ad una delicata e complicata operazione al cuore o che tua sorella sta per partorire.

Scatti,ti svegli,ti butti giù dal letto anche se non serve a niente e vai a comunicare la notizia a tua madre che sta sonnecchiando facendole venire un infarto inutilmente.

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La band andrà avanti senza Arin.

Ma…ma che stanno combinando? Mi mettono in confusione questi uomini,ma lo capiscono o no? Loro sono la base della mia stabilità mentale e mannaggia a loro……

Avenged Sevenfold Italia

Una doccia fredda il comunicato improvviso appena rilasciato dalla band:

Hello Everyone –
We are writing this to inform you all that we will be moving forward without Arin IIejay as our drummer. Arin has been nothing but a positive energy and monster drummer for us over the past 4 years. We love the guy and always will. We are and will always be grateful to him for helping us to move forward through some very dark times. Creatively though, we felt we needed to move in a different direction. While we can’t say more at this time, we are excited for the future and looking forward to sharing our plans soon with the greatest fans in the world. As always we appreciate your understanding and unwavering support.

With Love –
Matt, Zack, Brian, Johnny

“Ciao a tutti.
Stiamo scrivendo questo per informarvi tutti che noi andremo avanti senza…

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Giorni in incubatrice

 

In questi giorni ho scritto ma il caldo e altri problemucci mi hanno impedito di pubblicare,quindi ho creato questo mega articolo-sfogo-incubo di calore per buttarmi alla spalle questi altri casini che ho combinato.

Ho scritto piuttosto di sploff,si,ci tenevo a dirlo questo.

Comunque,Gianluca sta bene e non è arrabbiato con me,più che altro credo abbia capito che avevo bisogno di quella reazione per stare un pò meglio.

Mia madre è un pò preoccupata ed anche mia sorella.

Io…non mi preoccupo più a vado avanti.

Ho trovato il modo per dormire anche se fa cosi caldo,ma è meglio che non ne parlo per ora.

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

Sabato 18 Luglio Ore 20.02

 

Mi sono seduta per terra a leggere oggi sperando di trovare un pò di refrigerio sul pavimento fresco ma mi sbagliavo.
Oggi sembra che il calore sia sprigionato direttamente dal pavimento e mi sono ritrovata con la pelle sudata e appiccicata .
Sprigionato direttamente dalle fiamme dell’Inferno :O
Le sento sotto di me ardere e trascinarmi giu!
Ma tengo duro,mi alzo in piedi e strascicando esco da questa stanza che è diventata un forno crematorio.
Di scrivere non se ne parla,il computer è una stufa portatile e non ho voglia di ritrovarmi in un rapporto così stretto con quell’affare un altra volta.
Fuck all.
Oggi mi sento molto ribelle,non so perchè ma mi sono svegliata con la voglia di fumare e spaccare qualcosa.
«La rabbia,è la rabbia repressa» dice la mia amica,si certo lo so che è la rabbia,sopratutto perchè ho fatto un bel sogno nel quale io e Frank andavamo a vivere insieme.
Certo che è rabbia,ne sono consapevole,ma nemmeno leggere libri sensibili e che profumano di amabilità come Amrita mi sta aiutando.
Non so che fare,mi sa che uscirò di casa per farmi cuocere dal sole nel cielo.

 

Io vengo cotta nel forno crematorio della mia camera il cui pavimento sprigiona un calore immondo ma se penso a quei poveri cristi che oggi a Roma sono andati a vedere i Muse mi sento quasi un pò in colpa che sto qui a casa al «fresco».
Loro si stanno cuocendo sotto al sole cocente che sicuramente li farà arrivare a stasera quando inizierà il concerto dei Muse ad una cottura ottimale per godere della musica di quei tre mascalzoni.
Alla fine però ho capito una cosa di questa giornata…
…che alla fine tutti i musers ne usciranno cotti a puntino.
Io qui nella mia adorata Taranto con quaranta gradi all’ombra e cinquanta percepiti per via dell’umidità al 700%,e loro sotto i secchi quaranta gradi romani in attesa delle star della serata.

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Bello lui ha maniche lunghe con cinquanta gradi…c’è,ma come ha fatto a respirare? Neanche con dieci condizionatori sarei riuscita a respirare io xD

Intanto sapete che vi dico?
Mi metto ad ascoltare The Globalist cosi mi vengono un pò di brividi e magari percepisco meno calore.
Grazie Muse,grazie di raffreddare il calore intorno a noi con la vostra musica che spacca letteralmente i cuori.
Ovvio che poi non sentiamo caldo se il cuore è spezzato! Ovvio che i musers sopravvivranno tutti benissimo al concerto!
Intanto anche scrivere al cellulare mi sta stancando,iniziano a scivolarmi le dita sulla tastierina,meglio che trovi un altro passatempo.

 

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F.

Sto sempre a parlare e scrivere di me.

Di me e dei miei problemi.

Di me e dei miei drammi….

…Ma c’è una persona importante nella mia vita che merita che si parli di lui anche se non è più nel regno dei vivi,tutto il mondo merita di sapere cosa ha perso.

Perciò ho deciso di parlare un pò del mio Frank,ma non dei suoi problemi che -accidenti- sono diventati i miei problemi.

Voglio parlare di quel bambino dolce e simpatico che ho conosciuto a scuola elementare e di quel ragazzino che ho visto crescere con delicatezza e un acutezza negli anni scorsi.

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Lo chiamavano Frankie Way

 

 

 

 

Il soprannome che si era scelto tutto da solo quando abbiamo messo su la band.

«Lo sappiamo tutti che sono il figlio illegittimo di Gerard Way e Frank Iero» ci diceva annuendo,e per quanto mi riguardava poteva essere anche il figlio «leggittimo» di Frank e Gerard.

Poi il «Frankie» ci stava some diminuitivo del suo nome,Francesco,quel nome cosi angelico e puro che portava con tanta eleganza.

Il mio compromesso diceva che lo potevo chiamare «Frank» visto che a chiamarlo Frankie non riuscivo ad abituarmi,ma in realtà l’avevo cosi chiamato già dai tempi della scuola elementare quindi niente cambiò per me con questo suo nuovo nome d’arte.

Lui imparò a chiamarmi «Vee» soltanto perchè l’aveva scelto di sua volontà quel mio soprannome,ma quando parlavamo seriamente o si arrabbiava allora diventavo «Vale» o peggio ancora «Valentina».

 

 

Franky era nato in una famiglia apparentemente normale.

La madre,una giovane donna dai capelli biondi e lo sguardo sempre sospettoso,mi aveva sempre dato la sensazione di una madre troppo apprensiva,e con il passare degli anni quella sensazione scoprii che era la realtà.

Il padre invece,mandò all’aria l’aspetto felice e normale della famiglia,scomparendo il giorno della nascita di Francesco.

«Vado a comprarmi le sigarette» aveva detto ed era sparito dalla camera d’ospedale dove c’era lei con il bambino tra le braccia.

Su madre tendeva sempre a rinfacciare questa frase quando parlava del padre di Francesco che dopo essere uscito da quella camera non si era più fatto vedere ne sentire per quindici anni.

Da quel momento lei si era occupata del bambino da sola,e con qualche aiuto dei genitori e della sorella,poi in un secondo momento entrò in gioco anche il suo fidanzato nel circolo di adulti che giravano per casa.

 

 

Quando io l’ho conosciuto avevamo entrambi otto anni e frequentavamo la stessa classe nella scuola elementare dietro casa mia ed anche dietro casa sua.

Si era trasferito da un altra scuola e all’inizio tutti trattavano lui e l’altra compagnetta nuova con freddezza e tendevano sempre ad allontanarli.

Qualcuno,probabilmente Gianluca,mise in giro la voce che i due nuovi erano fidanzati,me le ricordo bene le conseguenze che ebbe questo scherzetto,eccome se ricordo.

Forse quei due non avrebbero mai attirato la mia attenzione se non fosse stato per quella strana voce che girava sui loro confronti,perchè io ero una bambina molto timida e restiia a farmi nuove amicizie,stavo sempre dietro a Gianluca e i suoi amici cercando di ottenere un qualche consenso da loro che però non arrivava mai.

Prima feci amicizia con la bambina che diventò una delle mie migliori amiche e tale rimase per molti anni,poi conobbi anche lui.

Lei smentì subito le voci che correvano su loro due ed io ne fui contenta perchè non ce li vedevo proprio insieme a quei due.

Sentivo che in qualche modo mi appartenevano entrambi,sapevo che erano destinati come me all’emarginazione in quella classe ed essendo l’ultima nella lista dei più simpatici della classe li sentivo dalla mia parte.

La legge della natura diceva che eravamo simili,emarginati tutti e tre.

Poi le cose cambiarono,nel corso degli anni scoprimmo che io ero l’antipatica ribelle,lui era il lunatico che passava dall’essere esagitato a dormire sul banco e che l’altra bambina era la cattiva diffidente che cercava di farsi amici quelli popolari.

Che storia…se ci penso adesso a lei…

 

 

Nonostante li sentissi dalla mia parte avevo paura a cercare di fare amicizia con lui all’inizio perchè era considerato strano e anche perchè era un maschio,cosi mi accollai a lei che però si rivelò presto insufficiente per le mie pretese.

Lei era lei,lei era come è adesso. Vuota e piatta.

Un giorno,per puro caso,ci ritrovammo a parlare,e scoprimmo subito che avevamo molto in comune.

Capii in quell’istante che, quel bambino strano che se ne stava sempre sulle sue ma quando interveniva parlava come un adulto, era mio amico.

Forse eravamo destinati a conoscerci da sempre,forse era destino che la mia innocente paura nel parlare con i maschi si estinguesse grazie a lui e che la sua di paura del resto dei bambini scomparisse una volta conosciuto me.

Perchè le cose andarono così per un certo periodo.

Io ero felice di avere un amichetto con il quale condividevo la passione per la musica e piano piano facevo l’abitudine a parlarci senza sentirmi in imbarazzo,e lui imparava a fare conoscenza con gli esseri umani.

Franky faceva difficilmente amicizia,non di fidava di nessuno e ascoltava sempre la madre che lo metteva in guardia sulla cattiveria degli altri bambini.

La madre aveva ragione,si,ma secondo me contribuì anche lei a farlo crescere cosi fragile e isolato.

Dopo che facemmo amicizia però la sua solitudine iniziò a sgretolarsi.

Se mia sorella mi portava alla festa di compleanno di una compagnetta di scuola,lui chiedeva alla madre di portarci anche lui.

Anni dopo mi disse che se non fosse stato per me a quelle feste lui non ci sarebbe mai voluto andare perchè odiava tutti.

Io anche odiavo andarci ma mia sorella mi costringeva a partecipare per fare amicizia e almeno la sua presenza alleviava la sofferenza.

 

 

«Mi fanno schifo le patatine,voglio i pop-corn!» si lamentò lui con me.

«Sono buone dai» ne presi qualcuna indifferente alle sue lamentele.

«Ecco,li ci sono i pop-corn» – «Vieni Vale,mangiamo i pop-corn» mi disse lui indicando una vaschetta più avanti sul tavolo da buffet.

Continuando a mangiare lo seguii,e restai al suo fianco mentre si ingozzava di pop-corn.

«Oh!» – «Non cosi,vomiti!» lo rimproverai spaventata dalla sua voracità.

A scuola mai l’avevo visto mangiare con tanto gusto e mi spaventava molto,sembrava lo stesse facendo con un doppio fine,aveva un espressione che la diceva tutta sulle sue reali intenzioni.

«Basta Vale,mi hanno rotto» disse guardandomi con quel suo sguardo serio da adulto e poi ingoiò un altra manata di pop-corn.

Mentre osservavo atterrita la scena pensai che voleva davvero vomitare per potersene andare.

«Dai,smettila» lo allontanai a forza dal buffet e lo spinsi fuori dalla sala.

Guardavamo gli altri bambini ballare e cantare davanti agli animatori quando mi voltai e vidi il suo sguardo disgustato.

All’epoca io non ero disgustata,volevo essere come loro,normale,ma non ci riuscivo mai in questo intento.

«Mi sento male,voglio andare a casa» disse dopo qualche minuto.

«Certo che stai male» risposi io seccata «Chiama tua madre» gli suggerii continuando a guardare gli altri.

Mai che mi aiutava ad integrarmi,mi spingeva sempre più fuori dal mondo,e ogni tanto gli facevo pesare questo suo comportamento egoista.

Lui voleva a tutti i costi che ci fossi io quando vomitava,quando se ne doveva andare e quando doveva boicottare la serata a qualcuno.

Molte volte in quegli anni durante le ore scolastiche studiavamo piani sul come boicottare la serata della madre con il fidanzato.

Funzionavano sempre e lui il sabato sera rimaneva a casa con la madre a guardare la televisione ringraziandomi con un bacio il lunedì successivo.

Allora sentivo tanto affetto per lui e quei baci mi facevano pensare che fossimo migliori amici,soltanto qualche anno dopo mi rivelò che le sue vere intenzioni in quei momenti erano ben altre.

«Quanto avrei voluto avere il coraggio Vale…adesso le cose sarebbero diverse…» la sua frase solita con la quale spiegava i suoi progetti sfumati.

Quanto avrei voluto capire…quanto avrei voluto essere più sveglia in quegli anni,avremmo fatto tante cose soltanto se io…

 

 

I nostri divertimenti erano sporadici,passavamo la maggior parte del tempo a cerca disperate notizie sui nostri gruppi preferiti dai compagni che avevano internet a casa e se ricevevamo la data d’uscita di un album ci ricamavamo attorno tutti dei castelli di fantasie strane.

Ci vedevamo sempre a scuola,ogni giorno che lui veniva io ero li ad ascoltarlo e a farmi ascoltare.

Lui con il passare del tempo iniziò a fidarsi di me e mi raccontò qualcosa della sua vita,dei suoi problemi di salute,di suo padre,di sua madre e di quell’imbecille del fidanzato che ci divertivamo a boicottare.

Ogni tanto ci incontravamo per caso per strada abitando nello stesso quartiere e sua madre e mia sorella ci lasciavano parlare per delle ore seduti sulla panchina al parco.

Se gli chiedevo di andare sulle altalene lui rifiutava di salirci ma aiutava me,più di una volta mi ha spinta cosi forte da farmi cadere di faccia a terra sulla terra.

Fu tutta colpa degli Avenged Sevenfold.

Da quando conobbe loro in quinta elementare iniziò a cambiare,e se gli dicevo che erano dei «bellocci» lui faceva finta di passarci sopra ma alla prima occasione utile me la faceva pagare.

Quell’ultimo anno passò in maniera piuttosto serena per tutti e due tranne che per gli ultimi mesi di scuola.

Lui a fine Aprile iniziò a non presentarsi più.

Io ero preoccupata,non capivo cosa gli fosse successo e mi sembrava strano che avesse avuto un qualche crollo emotivo visto come era stato felice ed esuberante per tutto il tempo dopo aver conosciuto gli Avenged Sevenfold.

«Brian è mio padre,ne sono sicuro Vale» questa sua frase mi risuonava nella mente mentre vedevo il banco accanto al mio vuoto,il suo sorrisone spaventosamente felice mi mancava come i suoi improvvisi accessi di entusiasmo.

Tornò a scuola prima della fine delle elementari ma non mi disse subito quello che era successo,lo venni a sapere circa un anno dopo.

Aveva avuto un crollo emotivo dopo una lite con la madre e il fidanzato che l’aveva chiamato «peso morto».

Francesco se la prendeva anche per un minimo insulto o parola vagamente offensiva,non capiva l’umorismo e con il tempo iniziò a capire solo il mio.

Se io sono considerata «permalosa» allora lui cos’era?

Oh,Frankie era soltanto fragile,io sono permalosa ma lui era fragile.

Un bambino di dieci anni non è un peso morto.Lui non lo era mai stato…per me.

«Non sei un peso morto,è lui il peso morto» gli dissi abbracciandolo.

Da bambino non era il tipo che esternava molto il suo affetto e dopo tre anni che ci conoscevamo quello fu il nostro primo abbraccio.

Quando io consolai lui assicurandogli che non era un peso morto e lui mi ringraziò di essergli amica.

Ma io….sentivo che ero io quella che doveva ringraziarlo.

E lo sento ancora oggi nonostante tutto.

Avrebbe anche potuto accoltellarmi quel ragazzo e lasciarmi morire dissanguata ma io l’avrei sempre dovuto ringraziare per avermi fatto capire che cos’è l’amicizia e poi cos’è l’amore.

 

 

 

 


 

 

 

 

 

La mia idea iniziale era di dividere questo articolo in più parti come faccio di solito ma…

…non so,sento che va bene anche così com’è quindi non aggiungerò altro per il momento.

 

Lo chiamavano Frankie Way Parte 1° ed ultima  perciò

Amrita

“I morti lasciano dentro di noi solo un’immagine gentile.
Ma siccome quell’immagine non è la persona,anche se già appartiene al passato,si fà sempre più lontana.
Tanto da diventare invisibile.
Saluta agitando la mano.
Sorride.
Ma non riesco a vederla.”

cover                       Amrita di Banana Yoshimoto