Qui la prima parte di questa raccolta “Racconti dall’Oblio”: Racconti dall’Oblio Parte 1-

 

 

 

 

 

 Vita mantenuta in superficie

 

 

A metà Dicembre ho ricominciato a «sopravvivere».

Ogni tanto andavo in cucina a pranzare con la mia famiglia stampandomi un bel finto sorriso in faccia,ogni tanto mi mettevo a leggere o ad ascoltare musica.

L’ultima volta che ero uscita di casa era una settimana dopo la sua morte,quando ero andata a casa sua,nella sua stanza,perchè sua madre mi disse che lui avrebbe voluto che restassi un momento li da sola (solo molti mesi dopo ho saputo che questa ed altre sue istruzioni le aveva apprese tramite una specie di lettera che lui aveva scritto prima di ingerire tutte quelle pillole).

Di uscire però ancora non se ne parlava,accettavo già di malgrado le visite di Gianluca che mi parlava di come voleva rimettere in piedi la band cercando un nuovo chitarrista.

Mi sono beccata una bruttissima influenza quando finalmente sono uscita di casa.

Avevo accettato l’ invito di Gianluca ad andare a distrarmi insieme ai suoi amici e dopo essere tornata all’una di notte nel freddo glaciale mi ero distesa sul pavimento della mia camera cercando di non sentirmi in colpa per quello che avevo fatto.

Infondo lui vorrebbe che io tornassi a vivere,che mi divertissi un pò…ogni tanto…forse…magari…

Quella bella influenza mi costrinse a letto per una settimana con picchi di trentanove gradi che non toccavo da quando avevo otto anni,il mio corpo si era indebolito insieme alla mia mente,non c’era dubbio a riguardo.

 

La notte non dormivo,avevo mal di testa e non riuscivo a respirare,mi mettevo nel salotto a vedere sui Rai 5 i documentari sui vecchi gruppi rock’n’roll e fantasticavo.

Quando riuscivo a dormicchiare tra le cinque e le sei del mattino,facevo i soliti incubi.

 

La mancanza di sonno e la febbre alta,che un giorno salì quasi a quaranta,mi provocarono delle allucinazioni.

Non ricordo granchè di questo,solo la figura di Frank che ai piedi del mio letto mi parlava.

Mia madre mi ha detto che ho parlavo,parlavo apparentemente da sola,ma in realtà parlavo con lui.

«Come stai?» mi aveva forse chiesto lui.

«Ti voglio bene,quando torni?» rispondevo io secondo mia madre.

«Forse avremo un bambino,sei contento?» – «Però si sentirà un pò solo forse,non credi?» gli dicevo io.

«Quando torni? Devono venire i Muse» disse mia madre che avevo detto ridacchiando.

Lei mi raccontava queste mie frasi stupita e un pò incurante,non capiva il significato,io si.

 

 

Neanche il tempo di rimettermi dall’influenza che un altra ˮtragediaˮ colpì la mia famiglia.

La notte di Santo Stefano mio padre ha rischiato di morire,mio padre,la mia intera vita.

L’unica cosa bella che mi era rimasta nella vita,rischiavo di perderla.

Possibile che tutta la sfortuna si concentri su di me? Ma perchè?

Disperata,quella notte nel mio lettino non piangevo solo perchè il mio amore non c’era più,ma anche perchè stavo rischiando di perdere mio padre,pregai James Sullivan di salvarlo.

E mio padre si salvò,dopo una complicata operazione da cui ha portato come ricordo centocinquanta punti tra l’apertura al petto,alla gamba e al braccio,e cinque by-pass per far scorrere il sangue del suo dolcissimo e inestimabile cuore.

Non fu facile per nessuno in casa.

Mia madre era perduta senza mio padre,e piano piano si deperì sempre di più,lei che già era magrissima di costituzione.

La sorella che vive in casa con noi prese la situazione in mano e si occupò di tutto quello che c’era bisogno per papà in quei giorni,eppure dopo tempo anche lei subì il forte stress dovuto a tutta questa preoccupazione.

Mia sorella maggiore invece,sposata e incinta di otto mesi,non venne a sapere della cosa nell’immediato ma solo quando fummo tutti sicuri che papà era fuori pericolo.

Fu difficile tenere il segreto con lei che per me è come una mamma e alla fine fui proprio io spifferare tutto,poi mi sentii in colpa perchè l’avevo fatta preoccupare e nelle condizioni in cui si trovava era pericoloso.

Mio fratello…beh lui come al solito era freddo con noi tutti.

Quella notte accompagnò mio padre all’ospedale perchè abitando accanto a noi era la prima persona che mia madre era andata a chiamare,ma dopo si stancò della situazione.

In quella fine di Dicembre qui si toccarono picchi storici di freddo,ed una di quelle sere in cui andavo a prendere il pullman con mia madre e mia sorella per andare a trovare mio padre in clinica,vidi per la prima volta nella mia vita cadere la neve.

Pensavo che in qualche modo stavo reagendo bene alla cosa,uscevo sempre di casa adesso pur di vedere mio padre e la disperazione per la perdita del mio fidanzato sembrava ormai un emozione antica.

 

 

Ma quando mio padre tornò a casa,quasi un mese dopo, le cose non andarono come pensavo io,stavo sempre appresso a lui in modo esageratamente appiccicoso e non ebbi nemmeno il tempo di realizzare ciò che era successo che mia sorella stava già per partorire.

Mia sorella,mia madre…

Facevamo a turno tra il restare a casa a badare a papà e andare da mia sorella in ospedale,ma le prime sere che fu ricoverata c’ero io con lei.

Ricordo nitidamente il dolore che mi provocava stringendomi il polso quando sentiva una contrazione,ricordo il mio cuore che sussultava.

La sera del 24 Gennaio andai a trovare mia sorella subendo il suo dolore sulla mia pelle e la paura che mi contagiava con il suo sguardo.

La situazione era stabile,non era ancora il momento,non era abbastanza dilatata,quindi ci mandarono a casa.

All’una di quella notte fui svegliata da una telefonata di mio cognato che voleva parlare con mia madre,corremmo in ospedale.

Mia sorella aveva chiamato suo marito dicendogli che le cose stavano procedendo e che quindi sarebbe stato meglio se fossimo andati li,appena arrivammo fummo travolti dal panico e dalla paura.

Un infermiera parlò con mio cognato e mia madre spiegando loro cosa stava succedendo nella sala parto,c’erano delle complicazioni,la stavano preparando per il parto cesareo.

La sala d’aspetto fuori dalla sala parto qui da noi non ha nemmeno una cavolo di sedia,una panchina,niente.

Vedevo le persone che aspettavano da ore sedute contro la parete e per la disperazione mi ci accasciai anche io.

Sofferenza fetale,battito cardiaco in diminuzione,mia sorella in panico,la situazione era brutta e mi spaventava.

Eravamo tutti spaventati finchè non vedemmo uscire il piccolo scricciolo vivo e vegeto,la piccola creaturina che avevo visto scalciare dalla pancia di mia sorella adesso era li a guardarmi con i suoi occhioni spaventati.

Qualcosa era andato per il verso giusto nonostante avessero rischiato tutte e due e mia sorella si ritrovasse a sorpresa con una lunga cicatrice sotto l’addome.

«L’hanno squartata» diceva mia madre commentando la ferita.

Mio padre in via di guarigione che usciva di casa per andare a vedere la nipotina,l’affanno,la stanchezza,non era più lo stesso.

Mia sorella che adesso aveva una bambina a cui badare,non era più la stessa.

Mia madre andava due volte a settimane ad aiutarla con le faccende domestiche per i primi mesi,era ancora in fase di ripresa e di stabilizzazione.

Io restavo le mattinate da sola a casa,io mi preoccupavo di vedere mio padre cosi stanco,io mi sentivo in colpa perchè mia sorella aveva sofferto ed era colpa mia infondo.

 

 

L’oblio,quello che ero riuscita ad evitare in qualche modo per quei mesi,si presentò dietro alla mia porta a bussare pesantemente.

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3 pensieri su “Racconti dall’Oblio -Parte 2°

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