Non eravamo quattro amici al bar.
Eravamo quattro amici a psichiatria.

Questa è la storia di come sono arrivata e ho vissuto nel reparto di psichiatria dell’Ospedale di Taranto.

Mi chiamo Valentina,sangue mischiato ad antipsicotici.
Mi trovo qui perchè ho tentato il suicidio,il mio sangue si è mescolato con le gocce potenzialmente assassine e ha combattuto.
Fino allo stremo delle forze ha combattuto questo cuore che,no,non se ne voleva proprio andare.
Dopo due notti insonni sotto l’effetto indesiderato dei farmaci massicci,dopo uno svenimento e un attacco isterico; sono finita in ospedale.
Aspettavo questo momento da anni,sia ringraziato Dio per aver ascoltato le mie preghiere.

L’ospedale non è un bel posto se uno vuole morire.
Qui ti curano,e curano fino allo stremo. Soprattutto nel reparto di psichiatria,non ti lasciano andare se non sono certi che stai e starai bene.
Ma se uno si accorge di aver fatto un errore dovuto alla disperazione dell’attimo,che invece di morire vuole vivere,allora l’ospedale è un buon posto. Specialmente il mio reparto.
Un posto di partenza per riprendere in mano le redini della propria vita.

L’ospedale -reparto psichiatria- ha delle regole specialissime.
Non puoi avere nulla di tagliente qui da noi perchè ovviamente ci sono pazienti che come me sono addetti all’autolesionismo.
Non puoi avere il caricatore del cellulare,ancora non ho capito per quale rischio.
Che ci si strozzi con?
Se lo sequestrano loro il caricatore e quando hai il telefono morto devi tuzzare alla porta dell’infermeria e chiedere gentilmente che te lo mettano sotto carica.
Loro -le giovani e non giovani- infermiere,rispondono sempre di si.
Ma la corrente no. Quando quella della ciabatta non funziona ti ridanno il cellulare morto come prima.
Cosa che in un reparto di psichiatria non dovrebbe esistere proprio perchè dovrebbero essere tutti vivi.
Ma alcuni non lo sono,come i cellulari ad esempio,a volte.

Le pareti si,invece. Sono vive eccome.
Arancio ocra,splendente sotto il bianco latte.
Colori che mettono allegria,già siamo pazzi,non puoi mica metterci tristezza.
Io personalmente avrei preferito il verde,il mio colore preferito nonchè quello che considero il più vitale di tutti.
Verde,la speranza non si perde.
Arancione…non buttarti in un burrone?

Ma facciamo un piccolo passo indietro,prima che arrivassi a vedere chiaramente le pareti,cosa è successo?

Era sera quando sono arrivata,le sensazioni erano annebbiate e l’arancione era come un pugno in un occhio.
Ci hanno dirottati qui,oltre la porta blindata.
Fuori dall’enorme porta blindata ho chiesto a mio padre «Pà,ma questo che reparto è?».
Lui mi ha risposto «Psichiatria» superando i limiti di vista che non mi facevano vedere oltre il mio naso il quel momento.
Nella mia testa ho pensato Azzo,ci siamo allora.È giunta l’ora di fare i conti con la realtà.
Entriamo seguendo un tizio,e arriva un infermiera che ci fa accomodare in una saletta che chiamano di consultazione ma sembra più una camera come le altre tranne che ci manca il bagno. Questo l’avrei scoperto dopo,le camere non le avevo ancora viste allora.
Pittura bianca e arancione che mi travolge la vista,mobilio dello stesso intenso colore,e alte finestre piene di sbarre che incutono terrore.
Io e mio padre attendiamo.
Ci hanno mandati qui dal pronto soccorso.
Il mio è un codice giallo:sono arrivata in agitazione psicomotoria.
In parole semplici; ho tentato il suicidio ma ancora sono viva e in pieno panico.

Dopo una breve attesa entra una giovane donna bionda con l’aria compassionevole,il viso dolce di chi sa che sta per ascoltare cose terribili raccontate da una poveraccia.
Per fortuna c’è mio padre,la mia roccia,la mia spalla forte mi sorregge ancora nonostante tutte le cazzate che faccio.
Iniziamo a raccontare assieme alla psichiatra cosa è accaduto.
Da sola non ce la faccio,sputo parole cosi freneticamente che la donna guarda interrogativamente mio padre per avere spiegazioni più comprensibili alle orecchie umane.
Perchè mi trovo li,racconta mio padre.
Cosa ho fatto il sabato prima di quel lunedì.
Cosa ho fatto in diciotto anni di vita buttata al vento.
La donna ascolta con sensibile partecipazione,non mi costringe ma io mi faccio finalmente coraggio e mostro le gambe.
Il mio campo personale di battaglia contro me stessa.
«Io odio me stessa,per questo mi faccio queste cose» commento, «Ogni taglio è come se mi procurasse una ferita nella mente,e mi allontanasse sempre più dalla realtà» cosi le spiego il mio Inferno personale.
Lei ascolta in silenzio,annuisce intristita ma ancora contegnosa,poi chiede «Da quanto tempo ti fai questi tagli?».
«Da quando avevo 13 anni» rispondo io ferma.
L’unica cosa che ricordo esattamente mentre mi fa quella domanda è la prima volta che ho preso in mano un oggetto affilato con l’intenzione di farmi del male.
Era quel periodo che venivo insultata a scuola,era quel periodo in cui mi stavo convincendo profondamente di dover odiare me stessa come facevano gli altri.
E se mi odio mi faccio del male.
Prendo il coltello e scheggio questa pelle perfetta creata da gente che nemmeno mi ha chiesto il permesso di mettermi al mondo.

Dopo è tutto in discesa;lacrime,borse,bisogno urgente di un ricovero.
Sono qui.
Entro nel reparto di psichiatria per uscirne dopo una settimana.
Una sola settimana che però mi ha insegnato tanto su tante cose.

La prima notte passa immersa in un calderone bollente di novità.
Mi danno qualcosa che mi calmi e il cuore inizia a battere normalmente.
Ma non dormo,chiamo l’infermiera gentile che mi ha fatto fare il giro turistico del reparto,almeno tre volte quella notte.
C’è un pulsante sopra al letto da schiacciare se hai bisogno di qualcuno,e loro accorrono dal fondo del corridoio.
Mi da dello sciroppo per il mal di testa e una pastiglia sotto lingua che mi farà dormire.
Maledetto mal di testa.
L’infermiera gentile si chiama come me.
Insomma,non è che dormo proprio bene.
Poi vengo svegliata all’ora di colazione che mai ho saputo in una settimana che ora era perchè non mi sono trovata mai con il telefono appresso a quell’ora.
E senza il telefono a psichiatria non sai che ora è.
Ma all’incirca era alle sette e mezza,otto meno un quarto,secondo i miei sensi ultrasensoriali che capiscono queste cosucce.
L’infermiera di turno quella mattina-la nanetta riccia-mi accompagna in una grande sala con due lunghi tavoli coperti solo da tovaglie usa e getta,tante sedie,tanti pazienti.
Non ancora tanti,arrivano alle mie spalle. Alcuni non arrivano proprio,ma vabbè.
È cosi che conosco i miei compagni d’avventura.
C’è un pò di tutto qui.
Uno l’ho conosciuto già la sera prima,bussava alla porta della psichiatra dove stavamo colloquiando chiedendo dell’ambulanza.
Lui è il più strampalato e incosciente di tutti,si chiama Soul.                                                                       
Ma G. dice che lui le ha detto che in italiano il suo nome è Paolo. Noi l’abbiamo sempre chiamato Soul.
Viene dalla Nigeria lui,è rimasto traumatizzato non si capisce se a Chiatona o prima di arrivarci.
L’hanno portato qui da un paio di settimane ma sembra irrecuperabile.
La mente troppo tagliuzzata per ricomporsi.
La mia forse è ancora in tempo mi dico,guardando spaventata Soul che viene imboccato per mangiare.
Mentre sorseggio il mio latte caldo noto altri pazienti,tutti sulla trentina o la quarantina.
Un paio di cinquantenni andati completamente,per il reparto figure mitologiche quanto Soul.
Poi ci sono io -quella nuova- forse tra le più giovani pazienti mai passate di qui.
Ho diciotto anni,tra un mese ne compio diciannove.
Quella mattina accade poco. La mattina sono tutti assonnati e non si rendono conto nemmeno di cosa sta davanti al loro naso.
A me piace la sensazione che mi provoca passare beatamente inosservata per una volta in vita mia. Vorrei fosse sempre cosi. Mi stanno tutti simpatici qui! Li adoro!
Torno in camera dopo la colazione mettendomi l’anima in pace che dovrò vedere tutti almeno tre volte al giorno. La cosa non sarà faticosa,cosi pare per ora.
Il mio piano però è di chiudermi in camera,ho ancora i miei stereotipi su un reparto di psichiatria in mente,e fanno paura.

Inizio a leggere il libro che mi ha portato la sera prima mio padre,inizio a scrivere delle lettere a Francesco,e delle impressioni su questo posto.
Scrivo sulla scrivania arancione,che ho invidiato dal primo momento e ho chiesto a mio padre di staccare e portarmi a casa.
Scrivo con una matita piccola quanto le mie dita,su dei fogli completamente bianchi.
I quaderni sono vietati,le graffette che tengono le pagine insieme sono pericolose.
Le penne sono vietate,in realtà anche le matite perchè potrei ficcarla in un occhio a qualcuno ma visto che sono una brava ragazza ed ho il bisogno fisiologico di scrivere me la lasciano tenere almeno una minuscola matita.
Nel frattempo mi interrompono e mi tirano quattro boccette di sangue.
Attendo il pranzo e li inizia il bello,la vera avventura nel reparto di psichiatria.

Mi siedo vicino ad una signora,e di fronte a noi c’è lei,la stella del reparto; G.
Si vanta di avere la sindrome bipolare,la sindrome del secolo.
A me sembra solo un pò assonnata.
Mi chiede come mi chiamo,rispondo.
Mi dice «Valentina,vuol dire che vali». Sorrido,che scema,pensa davvero che ci creda?
«Quanti anni hai?» mi chiede inforchettando disgustata il cibo che ha sotto il naso.
«18» rispondo.
«Eh già stai qua?» mi fa notare lei,chiude gli occhi rassegnata per me.
Forse ha ragione,invece di esserne contenta,dovrei riflettere sul perchè sono finita qui cosi giovane.
G. mi sta simpatica,è un tipo pieno di vita nonostante sia sempre assonnata.
Sono le medicine che le danno,stabilizzatori dell’umore,cosi almeno dice lei,e non credo ci possano essere altre cause.
La mattina G. non fa colazione,è contro la sua religione,lei ci tiene molto al cibo e il latte non lo beve,dice che fa male.

I giorni passano tutti tra colloqui con la psicologa,elettrocardiogrammi per controllare lo stato del mio cuore e pasti condivisi con gli altri.
Mi accorgo dello strano attaccamento che ha G. per L.
Una volta mentre me ne torno in camera mia la trovo nella sua camera ad implorarlo di prestarle il telefono.In atteggiamenti troppo intimi.
L. è un tipo grande e grosso,è il triplo di me e il doppio di G,ma lei ci prova lo stesso.
Per i maschi in generale ha una vera predilezione.
Tocca il viso di Soul una sera e ci dice «Non ho mai avuto un ragazzo nero» «Non è bellissimo Soul,guardate che muscoli?».
Noi ragazze allora ridiamo tutte,la signora A le dice «Ma che stai pensando,G! Magari c’ha qualche malattia,non lo vedi come va sempre sporco e chissà da dove viene!».
Io penso che non potrei mai stare con una persona che non è consapevole nemmeno che sta vivendo.

Lei è stata ricoverata qui in TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) perchè si era messa a gridare in un bar che la volevano uccidere.
Lo vengo a scoprire il giorno in cui facciamo terapia di gruppo.

A partecipare sono in pochi,io lo faccio volentieri però,gli altri non credo.
A me piace mettermi alla prova con queste cose.
Per primi arrivano G,e L che se ne va subito dicendo che ha da fare.
Arriva un altro ragazzo che ho intravisto in reparto,si chiama P.
Arriva un uomo di quarant’anni che si chiama Gi.
Arriva l’antipatica psicologa bionda.
Ci chiede semplicemente le emozioni che stavamo provando prima di finire qui,a quale punto ci eravamo portati oltre.
Io sono la prima a dover rispondere,chiedo di poterlo fare per ultima.
Ascolto gli altri. Preferisco cosi. Su due piedi non avrei saputo che dire.
Gi che ha smesso di prendere i farmaci che prendeva da diciotto anni ed è impazzito,voleva andare in chiesa da Padre Pio,ma Padre Pio è morto e nessuno riusciva a convincerlo di questo.
G che si sentiva seguita dalla mafia per le sue indagini sulla droga.
P che se ne va,si sente agitato,non vuole rispondere.
La signora che stava male per un lutto.
Tocca a me.
«Avevo accumulato tanta rabbia nei confronti di tutti,mi sentivo sola e abbandonata,nessuno voleva aiutarmi» «Si,provavo il sentimento della rabbia e della rassegnazione e….della disperazione» riassumo quei giorni infernali in poche parole.
Sono tutti soddisfatti delle mie parole ma P non parla,continua a scappare,fa avanti e indietro sulla soglia della stanza.

P è un bel tipo secondo me,è carino e parla poco,mi sembra molto timido e mi fa sentire a mio agio.
Lo saluto sempre quando passo per il reparto.
Poi mercoledì sera c’è la partita della Juve.
La finale di Coppa Italia con la Lazio.
Non so come seguire la partita ma poi mi ricordo del televisore che c’è nella camera comune dove mangiamo.
Grazie a Dio mia sorella ha gentilmente deciso di prestarmi il suo telefono per questi giorni cosi potrò parlare con Francesco.
Il mio migliore amico. Quello che mi ha spedito un pacco.
Pacco che aprirò una volta tornata a casa se sarà arrivato.
Ogni sera,quando vengono a trovarmi i miei,chiedo loro «È arrivato il pacco di Francesco?».
Voglio sapere cosa mi ha regalato,sono curiosa al massimo ma sono rinchiusa qui dentro per ora.

France è a casa con sua nonna,vedono la partita insieme.
Io allora penso di organizzarmi,le medicine che mi hanno iniziato a dare mi rendono più intraprendente di quanto sia di solito.
Chiamo la signora che si siede sempre vicino a me a cena,controllo se G è sveglia ma dorme già.
Trovo P a camminare tra i corridoi e lo blocco per un braccio con una carezza «Dai,vieni a vedere la partita con noi» gli sorrido.
«Che partita è?» chiede lui evitando di guardarmi negli occhi.
«La finale di Coppa Italia della Juve» rispondo io.
Si incammina con me verso la camera con la televisione mentre mi dice «Una volta ero juventino».
Gli chiedo spiegazioni a riguardo.
«Come eri juventino?» «Che significa?».
«Sono diventato milanista per mio padre».
Paolo mi spiega la cosa.
Un giorno si è fatto trovare vestito tutto da milanista per fare contento il padre e quello non l’ha cagato neanche di striscio.
Reagisco violentemente.
«P,ma tu devi fare quello che piace a te» «Non puoi essere milanista per compiacere tuo padre,chi se ne frega» «Pensa,mio padre è interista ma ha tifato la Juve con me nella partita con il Monaco» «Nessuno deve dirti cosa devi fare» «Devi essere libero».
Lui abbassa la testa scoraggiato,dice «Mi alzo».
«No» dico io, «Resta,vediamo la partita insieme».
E P resta.
Ma dopo alcuni minuti si alza in silenzio e se ne va.
Ci rimango di merda,ma dopo alcuni minuti è di ritorno. Gli sorrido.
Alla fine ci ritroviamo da soli.
E lui non se ne va più,osserviamo la fine della partita,i due goal a nostro favore,e iniziamo a parlare.
Del perchè sono qui,del perchè lui è qui.
Stiamo male entrambi,lui sta peggio di me.
Mi sembra sia a metà tra me e Francesco la sua malattia.
Le sue ossessioni,le sue manie.
Lo guardo intenerita,mi sta troppo simpatico.
Gli parlo anche di France,cosa che faccio quasi con tutti ma quasi con nessuno profondamente a quel modo.
Ci apriamo entrambi in una qualsiasi sera di finale di Coppa Italia.
Finita la partita mettiamo a posto le sedie e ci alziamo per andarcene.
Tutto finisce cosi.
«Buonanotte» gli dico e vado nella mia camera.
Mi aspetta Francesco.
Lui ha festeggiato con sua nonna,io con P per quanto potessimo essere felici in quello sfogatoio serale.
Arriva il momento più bello,dormo con Francesco.
Ci coccoliamo e parliamo finchè l’uno non sente il respiro -o nel mio caso il russare- dell’altro.

La mattina dopo cerco P,non mi siedo vicino a lui a colazione perchè tanto si alza ogni dieci minuti quando ci sono gli altri.
Forse ho trovato un amico.
Lo costringo a fare l’ attività creativa con noi oggi,lo prendo per un braccio e lo trascino in mezzo a colla e colori acrilici.
La psicologa vigila insieme alle ragazze del servizio civile alle nostre attività.
La forbice si può usare a turno,c’è n’è una sola,e senza il permesso della psicologa non la si può prendere. Ovviamente è una forbice con le punte arrotondate.
Io -visti i miei precedenti -sono costretta ad aspettare più degli altri la forbice,e la psicologa non mi stacca gli occhi di dosso mentre c’è l’ho tra le mani.
C’è anche G,che fa una farfalla un pò sbilenca.
Stiamo facendo dei segnalibri. Io ne faccio tre. Uno per mia sorella maggiore,l’altro per la mia sorella preferita e l’ultimo per Francesco.
«Per chi è questo cuore?» mi chiede la psicologa.
«Per Francesco» rispondo io sorridendo,lei sa chi è,gliene ho parlato nei colloqui mattutini.
La mattina presto mezza assonnata dalla forte dose di ansiolitici mi viene più facile parlare di Francesco,con quel mezzo sorrisetto furbetto che mi sorge spontaneo quando centra lui.
«Posso mettere la vernice sul cuore?» chiedo alla ragazza del servizio civile seduta accanto a me,questo cuore completamente rosso non mi piace.
«Certo,puoi decorarlo come vuoi» risponde lei con un sorriso alla mia domanda innocente.
Immergo il pennello nella vernice verde e la passo al centro del cuore.
Adesso va molto meglio,è completo penso guardando il segnalibro che ho creato molto soddisfatta.
«Fare queste attività creative aiuta a rilassare la mente,quando vi sentite agitate anche se pensate di non riuscire ad avere la pazienza di fare queste cose,mettetevi a fare un lavoretto e vi assicuro che vi aiuterà a rilassarvi» ci dice la psicologa.
G annuisce e poi se ne torna a dormire.
Io sorrido come una scema.
Paolo se ne è andato e non ha finito nemmeno di fare il segnalibro.
Quel ragazzo è un caso disperato penso cercando di capire come potrei aiutarlo.
Più che coinvolgerlo nelle attività che posso fare? Già sono pazza io.

Il giorno dopo,prima di pranzo,ci ritroviamo nella sala fumatori.
La porta è aperta ed entra il sole di Maggio.
Per ora è vietato uscire,anche se è solo un cortile piccolo e chiuso da altissime cancellate.
A me piace scavalcare ma non proverei mai a scavalcarle queste,non sono mica scema,cado e mi spacco la testa.
Ancora non ho capito il cognome di P,non c’è mai quando distribuiscono i pasti,e li si sentono i cognomi. Lui arriva sempre dopo oppure quando noi siamo andati tutti via.
Questa mattina è arrivata la mia compagna di stanza,la signora A.
Piantilena continua sui figli che non le parlano più.
Sta male,come tutti noi d’altronde. Lei per colpa della progenie infame che ha generato.
«P ma quanto sei alto?» gli chiedo mentre entriamo nella mensa.
«Un metro e ottanta» risponde lui.
«Alla faccia» dico io,penso al mio Franceschino che è solo un metro e settantacinque,«Francesco è più basso di te».
Un suo abbraccio mi stritolerebbe sul serio,ma non siamo ancora arrivati a quel punto e forse non ci arriveremo mai.
«Francesco chi?» mi chiede lui.
P ha la memoria a breve termine. Gli spiego di nuovo chi è Francesco.
Alla fine annuisce sedendosi vicino a me al tavolo e dice «Si,me lo ricordavo,un tipo simpatico Francesco».
Per la prima ed unica volta mangiamo tutti insieme.

Da quando c’è la signora A esco sempre dalla mia camera,sono la sua ombra,mi tratta come se fossi sua figlia,quasi sempre andiamo nella sala fumatori visto che lei è un accanita fumatrice.
Vedo bene negli occhi di P,nascosti dietro le lenti degli occhiali ci sono iridi scure e immensamente tristi.
Chissà perchè questo ragazzo soffre cosi tanto penso intristendomi per lui.
Cosi giovane,nemmeno 26 anni,e già confinato nel reparto di psichiatria con il divieto di uscire.
La signora A invece ha iridi chiare e marchiate dal pianto continuo.
Mi fa pena lei,che si sta distruggendo la vita per qualcuno che nemmeno le vuole bene.
Poi ci rifletto e mi ricordo che assomiglia alla mia storia.
Le ore passate nella sala fumatori sono le migliori,stiamo tutti in silenzio a riflettere,tranne la signora A che parla sempre dei suoi figli.
Ma noi non la ascoltiamo più,alzo lo sguardo e vedo P e l’altra signora immersi quanto me nei loro problemi personali.

Quello stesso pomeriggio c’è la scelta,del tronista Luca,a Uomini e Donne. La voglio vedere.
Vado a chiedere insieme alla signora A il telecomando della televisione e mi viene risposto tutt’altro.
Vengo costretta a farmi una doccia nemmeno non mi lavassi da giorni.
Costretta a spogliarmi davanti ad una oss,per essere sicuri che mi lavi.
Dicono che c’è puzza nella stanza,ma la dignità a me l’hanno fumata via in un attimo.
Tanto ormai,sta dignità mia non esiste più.
Piango,ho un momento di disperazione ma poi mi riprendo.
Intanto P è sparito,ha detto la sua «Perchè si deve lavare Valentina che profuma?» e poi si è dileguato.
La scelta la vedo con la signora A,ancora scossa per quello che è successo.
La sera mio padre si incazza con l’infermiere ma peggio ancora P se ne va. Torna a casa.
Mentre spio cosa sta dicendo mio padre alle infermiere mi trovo davanti P con lo zaino in spalla.
«Vai via?» gli chiedo sul punto di piangere «Cosi di punto in bianco?» «E niente mi hai detto?».
Lui annuisce a testa bassa.
«Vieni qua» faccio io e me lo abbraccio.
Sento che con lui perderò l’unica speranza che avevo di farmi un amico vero ma vero.
Scompaio tra le sue braccia,è un attimo ma quell’abbraccio mi rifà di tutto l’odio che ho subito nel corso degli anni.
Gli voglio bene a P ma non ho il coraggio di chiedere il suo numero di telefono o il suo indirizzo.
Lascio che un altro amico si perda.
Infondo ho ancora Francesco su cui poter contare. Credo. Spero.

A psichiatria c’è tutto.
La pace,le medicine,tutto.
Eppure non c’è niente.
Non c’è Francesco.
E lui è tutto quello che potrei avere.

image

Ci sono i pianti della signora A,le sparizioni di P,le poesie mistiche di G,c’è tutto,ma non c’è niente.
Francesco è sempre lì,a qualche stato di distanza.

Inizio a sfogarmi con la psicologa e compilo il lunghissimo test che deve dare la mia diagnosi.
Aspetto questo momento da un sacco di tempo,e finalmente arriva.
Con quattro moine «Domani c’è il compleanno di mia sorella e non vorrei proprio perdermelo» convinco il dottore a dimettermi.

Cosi sabato è il mio ultimo giorno.
Penso ancora a P,che mi manca,eppure è andato via solo da un giorno.
Penso alla signora A che mi abbraccia e piange perchè senza di me sarebbe stata sola.
Dice «Adesso metto la firma e me ne vado,senza la bambina mia non resto qui».
La sera prima siamo stati scossi tutti dall’arrivo della bestia.

Ci stavamo accomodando in sala tv per vedere l’ultima importantissima puntata de L’Onore e il Rispetto,quando abbiamo sentito un urlo.
Ci siamo voltate e abbiamo visto dei quadri volare nel corridoio.
Urla e gente che scappava di qua e di la.
Io dietro la signora A e la dolce oss T,intravedevo la montagna umana con la maglia gialla prendere la sedia e spaccarla come fosse fatta di cartone.
«Cazzo,è meglio tornare in camera» dissi io senza riuscire a muovermi.
La signora A era spaventata ma non abbastanza da rinunciare all’ultima sigaretta.
Io si.
Mi lanciai a seguire T verso la mia camera e non uscii più per tutta la notte.
La bestia era stata sedata.
La mattina dopo la incontrammo a colazione,sembrava quasi uno come noi.
Ordinò del latte e trovai dell’inquietante anche solo in quella nostra stessa ordinazione.
Bevvi il mio latte canticchiando mentalmente ed evitando di guardarlo,ma qualche sguardo cadde al fondo del tavolo dove sedeva il ragazzo con la maglia gialla che ci aveva terrorizzati tutti.
Il suo sguardo si alzò di rado ma quando si alzava cadeva su di me.
I suoi occhi erano rosso sangue dalla rabbia,non voleva essere ricoverato,era li in TSO.
Poco dopo ricominciò a terrorizzarci picchiando un infermiere.
Chi scappava a destra,chi a sinistra.
Il farabutto che mi aveva costretta a lavarmi passò dalla nostra camera e disse «Vi conviene andarvene,quello ci uccide tutti» prima di fuggire fuori dal reparto.
Il suo turno era finito.
Il nostro no.
Dovevamo sopportare.
Ancora un pò,io.
Non avevo troppa paura,avrebbe anche potuto prendermi di mira e tirarmi contro il muro,sarei morta dolcemente e beatamente,non mi importava moltissimo.
Eppure le mie gambine corte correvano verso la mia camera quando si sentiva urlare la bestia.
Ancora ci tengo un poco alla mia pelle.
Almeno per France,che mi deve dire lui se mi lascio uccidere cosi da una bestia che nemmeno è lui in persona?

Passai delle ore fantastiche al sole a scherzare con il ragazzo in Germania,l’unica distrazione apparte le forme delle nuvole e le visite serali dei miei parenti.
Mio padre andò a lavorare per il weekend a Manduria,mia madre e mia sorella con il pullman ci misero un ora ad arrivare all’ospedale per venire a trovarmi.
Non mi sentivo in colpa. Volevo vederle,avrei vouto vedere tutti in quei giorni ma venivano solo loro.
In quei momenti capisci chi ti vuole davvero bene,e le persone che davvero mi amano si contano sulle dita di una mano,se non pure di mezza.
Mio fratello mi ha fatto una stupida telefonata chiedendomi «Come stai?» e dicendomi subito dopo «Ciao» quasi senza darmi il tempo di ribattere.
Le parole mi sono rimaste sulle labbra,la bocca semiaperta si è bloccata. Dovevo parlare al vento?
Mia sorella maggiore voleva venire a trovarmi solo per riprendersi il telefono,il mio vero unico collegamento con il mondo esterno in quel carcere.
Nessuno,non c’era nessuno.
Eppure c’erano tutti. Tutti quelli che contano.

Alla fine mio fratello si è degnato di venire a prendermi.
Sono uscita dal carcere abbracciando tutti,gli in bocca al lupo di tutti,e ho tirato dietro il trolley verso la macchina gialla di mio fratello.
Gliene ho dette quattro come mi aveva consigliato di fare la psicologa,ma lui non ha risposto,perciò ho chiuso il capitolo.
Adesso ho solo Francesco come fratello di sangue.

Tornata a casa mi aspettava Micheluzzo,le cartoline,la lettera,e la sciarpa.
La sciarpa con il suo odore,quello della libertà.
Come il bracciale che mi ha regalato Teresa.
E adesso posso dirlo;
Libertà.

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Mentre sono in ospedale mi rigira in testa sempre la stessa canzone,forse perché è a tema.
L’ho ascoltata poche volte prima di entrare in reparto ma da quando ci sono entrata ha assunto più senso di quanto ne avesse avuto prima.

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12 pensieri su “Psycho Holiday: Il ricovero

  1. L’ho visto anche io quell’arancione, credo dovrebbe essere un colore energetico e positivo, ma a me ha messo addosso un’ansia veramente indescrivibile, penso che avrei preferito qualche tonalità di verde o al massimo di azzurro.
    Non è mai facile riuscire a comprendere ed accettare di aver bisogno di aiuto, ma questo è il primo passo indispensabile per poterne uscire perciò io direi chi se ne frega se non sono venute decine di persone a trovarti, ti stai ritrovando tu e questa è la cosa più importante di tutte.

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  2. Ciao, ben trovata, ho letto tutto d’un fiato…
    La tua esperienza penso che sia molto importante, perché sicuramente ti ha insegnato a volerti bene, guardarti con occhi diversi. Ecco, secondo me, per essere felici dobbiamo imparare prima di tutto a stare bene con noi stessi, amarci e tutto il resto verrà da sé. Ricorda sempre che puoi realizzare ogni cosa che vorrai e che sei perfetta così come sei, ogni esperienza serve al nostro miglioramento, ci insegna qualcosa di cui abbiamo bisogno.
    Un abbraccio! 🙂

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