A Love Like War

Stavamo seduti nella macchina ferma.
Il motore doveva essere freddo ormai,la macchina era a riposo e sapeva che lo sarebbe stata per un bel pò.
Conosceva il suo conducente.
Come lo conoscevo anche io.

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I finestrini erano aperti,entrava un leggero venticello umido nell’abitacolo,e nelle nostre narici si imprimeva il profumo del mare che c’è dalle parti in cui ci eravamo fermati.
Vicino al lungomare.
Io avevo un gomito poggiato al finestrino,e ogni tanto allungavo fuori il braccio per godere di quei delicati momenti di vento sulla mia pelle bagnata dal sudore.
Sudavo perché ero in ansia,e avrei gradito certamente il condizionatore della macchina sparato a dieci gradi in quel momento,anche se poi mi sarei lamentata del mal di testa che mi avrebbe di certo provocato.
Lui stava ancora con le mani strette al volante,solo dopo un pò lo lasciò andare e se le strinse al petto mentre sospirava.

Alla fine,vinta dall’esasperazione che mi portava,mi voltai dalla sua parte e gli chiesi «Che c’è?».
Lui alzò un pò lo sguardo verso di me,era incerto e preoccupato, «Vorrei…» iniziò,ma poi si interruppe quasi mordendosi la lingua, «…Ma non posso» continuò scuotendo il capo e abbassando la testa.
Ma che c’ha questo,mò?
«Oh,Riccà?» «Che hai?» gli chiesi iniziando a preoccuparmi seriamente, «Non ti senti bene?» chiesi sfiorandogli il braccio con una mano.
Lui trasalì e voltandosi dall’altra parte si scrollò di dosso la mia mano, «Tutto apposto» disse.
Per la prima volta da quando l’avevo conosciuto era scontroso.

Pensai che era meglio non disturbarlo oltre.
Strinsi le dita all’orlo della maglietta e poggiai la testa sul sedile,voltata dalla parte opposta alla sua.
Guardai per un tempo indefinito la visuale che avevo da lì,pessima e tagliata a metà.
Si vedeva lontanissimo il mare oltre la ringhiera della rotonda,al centro le macchine che passavano per la strada e più vicino a me l’asfalto.
Mi concentrai sul’asfalto e usai il mio potere da psicopatica; mi estraniai dalla realtà.
Quello era scontroso,che dovevo fare?
Uscire dalla macchina e tornare a casa a piedi?
Non se ne parlava,troppo lontano,ero troppo stanca.
Meglio attendere e poi decidere.
Niente avventatezza oggi.

«Vorrei tante cose ma non posso fare niente» lui iniziò a parlare dopo avermi fissata a lungo,doveva essersi convinto che mi fossi addormentata per quanto ero immobile.
«Volevo baciarti ma hai fatto quella faccia…mi sono sentito una merda per la prima volta nella mia vita quando ho visto come mi guardavi schifata».
Non sapeva che stavo ascoltando tutto invece,fissavo l’asfalto e immaginavo il suo viso mentre parlava.
I folti capelli neri e lisci che fanno un baffo a Derek Shepherd,gli occhi da lupo artico e il sorriso da rockstar beffarda.
«Tu» mi chiamò con la voce rotta dalla rabbia, «Tu mi stai distruggendo» e tirò un pugno al volante.
«Non pensavo che una ragazza avesse il potere di distruggermi» «Io sono…io sono io,non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno,ho picchiato perfino mia madre,la donna che mi ha messo al mondo,per non farmi mettere i piedi in testa da lei…» «…e adesso arrivi tu,e mi distruggi?» «No,non te lo permetterò,pulce» «Dovrai passare sul mio cadavere».
Sentii il click dello sportello che si apre e mi voltai immediatamente.
Che voleva fare? Buttarsi sotto una macchina in corsa?
Avevo paura. Per la prima volta avevo capito che avevo bisogno di lui,ora,in quel preciso luogo.
Lui doveva stare accanto a me. Non poteva abbandonarmi anche lui.

Quando mi voltai lo vidi trafficare con i lacci delle scarpe.
«Riccà!» gridai,il terrore che scemava lentamente dal mio corpo rifluendo in un battito cardiaco alterato.
Lui si voltò con lo sguardo innocente e al tempo stesso sorpreso che avessi parlato, «Ohe,Valentì» disse.
Lo guardai ancora,stava con la scarpa poggiata sullo sportello semiaperto e si rifaceva il fiocco.
Ma vedi sto grandissimo coglione,mi ha fatto prendere un infarto.
«Tu sei pazzo,pazzo!» «Pensavo che te ne eri andato!» gridai io quando lui chiuse lo sportello.
«Non stavi dormendo?» chiese allora guardandomi con gli occhi fuori dalle orbite.
«No che non stavo dormendo,scemo!» «Pensavo che volessi buttarti sotto una macchina per la disperazione,ti rendi conto che mi hai fatto prendere un infarto?» farfugliai sul punto di piangere per l’agitazione.
Lui sorrise bonariamente e mi tirò a se,mi abbracciò e disse «Non vado da nessuna parte,che sei scema?» «Ti dovrei lasciare sola?» «E poi,perché mai dovrei voler morire quando ti amo?».
«Forse perché io…» mormorai contro il suo petto.
Mi teneva stretta,non riuscivo a muovermi,avevo le braccia unite sul suo petto e la testa incastonata sotto il suo mento.
Sembrava volesse in qualche modo inglobarmi in se,cosi da non dover perdermi più.
Perché la vera paura che accomunava entrambi era che io potessi andarmene.
«…Perché tu non mi ami?» concluse il mio pensiero.
Sentivo le sue corde vocali stendersi e stirarsi contro la mia testa,e il suo cuore rimbombare in qualche stupefacente modo in tutto l’abitacolo.
«Già» mormorai io chiudendo gli occhi.
Ti prego,ti prego,ti prego.
«Bambolina,lo sai anche tu che non è cosi» sghignazzò lui, «Tu mi amerai presto» «È la nostra Leggenda Personale a dirlo».
«Tu hai letto troppo Coelho,Riccà» dissi io staccandomi dall’abbraccio.
I suoi occhi erano due smeraldi neri rarissimi che si riflettevano contro il luccichio del sole che tramontava.
I miei occhi erano due enormi buchi neri in cui ormai avevo capito anche io che lui era caduto con tutte le scarpe.
Eravamo fregati.

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Guardai il sole che tramontava nel mare.
«È ora di tornare a casa» gli dissi.

A casa almeno avevo la pace ad aspettarmi.
A casa c’è Francesco che è ritornato dal viaggio.
A casa ci sono le tartarughe e Micheluzzo.
A casa non c’è Riccardo,e ora spero non ci sarà mai.
Se dovesse invadere anche questo mio campo personale,sarei doppiamente fregata.

6 risposte a "A Love Like War"

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