Pubblicato in: Vita

Out of my Nightmare

La giornata non era iniziata male.
Ero contenta di dover fare tante cose,di potermi distrarre al massimo in quelle ventiquattro ore.
Andare a fare la ricarica,alla Posta con mia sorella,poi dalla psicologa.
Di pomeriggio contare i punti fatti al Fantacalcio per seppellire Francesco con la mia prima vittoria.
Poi andare alla psicoterapia di gruppo,con Riccardo.
E poi fare un giro con lui fino all’ora di cena.
Infine dopo cena parlare con Francesco,che è il sorbetto giusto per finire la giornata perfettamente.

Ma le aspettative,si sa,sono sempre lontane dalla realtà.
Infatti,nonostante mi si prospettasse una buona giornata,è stata abbastanza fallimentare in realtà.

La giornata ha iniziato ad andare a rotoli appena agli inizi.
Mia sorella mi ha comunicato che non sarei andata dalla psicologa.
E nonostante la odi profondamente a quella donna,più ci parlo più mi sento forte e combattiva per poter odiare le persone che mi stanno antipatiche.
Perciò,dopo essere stata malata la settimana scorsa e aver saltato a malincuore l’appuntamento,sta settimana mi è mancato ancora di più,tanto da rendermi triste.
Con il muso lungo e l’ansia a palla sono andata a fare la ricarica e come al solito (io e la mia migliore amica sfiga galattica) qualcosa è andato storto e dopo abbiamo dovuto fare un altra ricarica.
Altri soldi che i miei non possono permettersi e che poi mi rinfacciano per tutto il mese. Soprattutto mia madre me li rinfaccia.
Quando si tratta di soldi potrei anche essere su una sedia a rotelle incapace di esprimermi,lei comunque dovrebbe rinfacciarmeli,quelli che le faccio spendere.
Poi siamo andate alla Posta io e mia sorella,e come per un caso del destino,neanche li funzionava internet. Proprio alla Posta dove di solito questo cartorcio di telefono riesce a connettersi.
Io e la mia migliore amica sfiga galattica con internet.

Un altro segno del destino è arrivato nel primo pomeriggio.
I voti non sono usciti. Ho atteso fino all’ora di uscire di casa,ma niente,non sono usciti.
Ho solamente sbuffato come è mio solito fare,non avevo capito che questi erano tutti segni per l’arrivo di una catastrofe immane direttamente sulla mia pelle.

Sono arrivata al centro puntuale,ho salutato mio padre che mi aveva accompagnata con la macchina e mi sono seduta sulle scale accanto a Riccardo.
La tragedia,più corta perfino di quella tra Romeo e Giulietta,si è risolta in un paio di atti a partire da qui.
Ho preso i libri che mi aveva prestato un paio di settimane fa dallo zaino e glieli ho messi sulle gambe «Grazie,Riccà» ho detto.
Lui ha sorriso e ha sparato il primo colpo di rivoltella, «Vale,ti vorrei fa conoscere dei miei amici,dopo andiamo a fare un giro tutti insieme?».
Ha centrato dritto al petto.
Questo è pazzo. Pazzo,pazzo…pazzo!!! Io? Cosa? Ma vattene…NO.
A quel punto,come la cortesia mi consigliava di fare,ho abbassato il capo e gli ho detto «Devo venire per forza?».
Lo faccio sempre,quando una cosa non mi va…. «Devo venire per forza?».
«Come per forza?» ha ribattuto lui che mi guardava,e ha stretto i libri tra le mani.
Quando mi trovo con Riccardo mi accorgo di tutti i suoi gesti,anche quelli più impercettibili. Credo sia perchè ho infondo a me stessa un certo timore di lui e dei gesti che potrebbe fare,perciò ho le antenne sempre attente a prevedere ogni sua minima mossa.
Questo mi ha aiutata a conoscerlo bene in queste settimane,ma non ancora alla perfezione.
Ho alzato il viso,l’ho guardato «Devo venire per forza?» ho chiesto di nuovo.
«No…no…ma,vorrei che venissi» ha detto lui confuso.
Mi sono alzata in piedi,era ora di andare alla terapia.
«Vale?» mi ha chiamata lui.
«Non mi va di conoscere i tuoi amici,chissà chi cazzo sono» ho dovuto sbottare allora.
Se non gli spiegavo si sarebbe attaccato come una cozza per avere spiegazioni.
«Ma non sono tipi cattivi,Va» «Vengono con me in palestra,li ho conosciuti li» «Ogni tanto andiamo a prenderci una pizza insieme o andiamo in qualche locale» mi ha spiegato lui.
Io mi sono messa a ridere come una pazza isterica quale sono, «Pensi che questo mi renda più sicura?» «Sapere che devo uscire con dei mostri palestrati,mi farà dire di si?».
«Dai,Vale,non sono dei mostri» ha detto lui sorridendo.
Immaginava i suoi amici,probabilmente,aveva gli occhietti alzati al cielo come fa di solito lui quando immagina o ricorda qualcosa.
Io sicuramente mi immaginavo diversamente da lui i suoi amici.
Avevo nella mente già l’immagine di questi tipi palestrati che ridono di me. Una nana obesa che non centra un cazzo con loro.
Ma perché si ostina ad essermi amico Riccardo?
Non gli ho risposto più e sono entrata nel centro.
Mentre io prendevo posto nella camera della terapia,ormai completa -mancavamo solo io e lui- Riccardo arrancava dietro di me mettendo i libri nel suo zaino.

All’inizio della terapia non ho detto niente,non mi sono neanche alzata come si fa di solito.
Ho stretto le braccia al petto e sono rimasta muta e contrariata per tutto il tempo dei ”saluti”.
Riccardo in tutto ciò mi fissava imperterrito.
Quando è arrivato il mio turno di parlare ho detto che non avevo nulla da dire per quel giorno e sono tornata al mio mutismo.
Quando è arrivato il turno di Riccardo,che come è da quando ci siamo conosciuti sta seduto di fronte a me,ha chiesto se poteva fare una domanda a tutti i presenti.
Io ho alzato un poco lo sguardo incuriosita.
La psico gli ha dato via libera ed è partito.
«Vorrei sapere se voi avete paura delle altre persone oppure le odiate a prescindere?» ha chiesto.
Coglione,stronzo. Bastardo,pezzo di….
La mia testa è diventata un covo oscuro di insulti nei suoi confronti,era palese che la domanda era rivolta a me.
La ragazza seduta al suo fianco ha risposto per prima,lei ha detto che ha paura delle persone,ha abbassato lo sguardo da pazza e ha ripetuto la frase tre volte.
La tirocinante allora,dato che la psicologa era uscita a prendersi il caffè,ha dato la parola all’altra ragazza seduta al suo fianco.
Tania la conosco. Lei non ha paura,ne odia le persone. Sono le persone che hanno paura di lei.
Infatti ha risposto come immaginavo che avrebbe fatto,ha riso e ha detto «Sono gli altri che hanno paura di me».
Quasi mi veniva da ridere anche a me.
È arrivato il mio turno,malauguratamente.
Ho guardato Riccardo con uno sguardo carico d’odio,e lui ha guardato me con uno sguardo carico di sfida.
«Maledetto…» ho mormorato tra me e me.
Per fortuna nessuno si è ancora accorto che ogni tanto parlo da sola e ha cercato di leggermi il linguaggio delle labbra.
La tirocinante mi ha esortata a rispondere. Lei che mi segue personalmente,sà che quella era una domanda proprio adatta per me.
«Io non ho paura di nessuno» ho iniziato allora, «Nessuno mi fa paura ormai,ucciderei chiunque provasse soltanto lontanamente a guardarmi male».
Riccardo ha alzato le labbra in un sorrisetto malizioso.
Sa quanta rabbia e odio ho dentro. Mi ha detto che questo lo stuzzica.
A me da solo fastidio avere questo fuoco dentro.
La tirocinante mi ha chiesto di continuare.
Allora ho continuato, «Io odio tutti,che vuoi?» e l’ho guardato.
Le ragazze si sono voltate verso di me e poi verso Riccardo,nessuno sapeva ancora che ci siamo conosciuti anche fuori dalla terapia,forse è pure sconsigliata sta cosa se non mi sbaglio.
Ma io sbaglio sempre,perciò. Avrò sbagliato anche con lui.
«Sono fatta cosi,sono malata» «Te lo ricordi che sono una malata?» «Altrimenti perché sarei qui?» e ho aperto le braccia ad indicare quel posto di cerebrolesi.
«Non posso cambiare la mia natura,io odio» «Io odio tutti,tutti,me stessa compresa» «Che cazzo vuoi da me?».
«Voglio che cambi,tutti possiamo cambiare» ha detto Riccardo copiando la mia posizione precedente,ha stretto le braccia al petto.
Io ormai le avevo slacciate,mi ero tutta infervorata nel parlare.
«Io non cambio» «No,no,io non cambio» «Cosa cazzo vuoi da me?».
«Si,invece,non essere stupida» ha detto lui con aria di sufficienza.
Quanto lo odio quando fa cosi,gli staccherei la testa a morsi.
«Io non voglio conoscere nessuno!» ho gridato, «I tuoi amici mi fanno schifo,sono solo dei palestrati senza cervello,che appena mi vedranno rideranno di me!» «Io sono diversa,io sono malata,mi sono rotta i coglioni di essere derisa da tutti!» mi sono tanto arrabbiata che ho iniziato a piangere.
Sempre per lo stesso motivo.
La domanda frulla nella mia mente da quando ho dieci anni e non mi abbandona mai.
Perché? Perché sono diversa? Non potevo essere normale?
Mi sono vergognata più di una ladra ha piangere là davanti a tutti,davanti alla mia nemica giurata,la psicologa.
Allora mi sono alzata e me ne sono andata.
Mi sono seduta sulle scale fuori dal centro ed ho pianto,ho sbattuto il pugno contro la ringhiera di ferro e ho sperato di spaccarmi tutte le ossa.
Ed eccomi,di nuovo rannicchiata qui come una barbona a piangere. Ma sto posto non dovrebbe curare la mia instabilità?
Non era la prima volta che mi capitava,ormai ho anche l’angolino preferito per mettermi a piangere.
Dopo qualche minuto è uscito Riccardo correndo, «Vaffanculo!» ho sentito che gridava a qualcuno dentro e poi si è inginocchiato davanti a me.
Mi sono coperta il viso con le mani,non volevo che mi guardasse in quel momento di fragilità in cui ero ancora più brutta del solito.
Lui mi ha strappato via le mani dal viso e le ha strette nelle sue, «Mena,scema,smettila di piangere» mi ha detto in dialetto tarantino.
La cosa mi ha fatta sorridere.
«Scusami,non dovevo insistere» ha sbuffato lui, «Sono un coglione».
«Ah,finalmente qualcuno che lo ammette» ho detto io.
Ci siamo sorrisi e si è seduto affianco a me.
Nel frattempo la seduta è finita e sono usciti tutti.
La psicologa ci ha guardati di traverso,nemmeno mi ha chiesto se avevo bisogno di aiuto quella stronza.
Ma poi ho capito il perché,mi ha spiegato tutto Ricky.

«Vuoi che chiamo tuo padre?» mi ha chiesto Riccardo.
Ho scosso il capo,ero troppo stanca per parlare,ma sapevo che non avevo per forza bisogno di uno della mia famiglia per stare meglio.
Bastava anche lui in quel momento.
Mi ha aiutata ad alzarmi e siamo andati nella sua macchina.
Mi ha raccontato che la psicologa si è incazzata perché ci siamo conosciuti al di fuori della terapia e ha minacciato di farci sbattere fuori dal centro ad entrambi se non la smettiamo di fare scenate.
Riccardo si è incazzato pure lui e le ha detto in faccia che è un insensibile di merda,che io stavo male e a lei non fregava un cazzo,anche se ero una sua paziente.
Quel ”vaffanculo” era alla psicologa,che non voleva farlo uscire dal centro.
Ma lui è uscito,è venuto a consolarmi,anche rischiando di non essere più ammesso li dentro.

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La cosa è tutta risolta,abbiamo deciso che non faremo più scenate,che torneremo a nascondere apparentemente il fatto che ci conosciamo quando siamo dentro là.
Io ho bisogno della terapia,lui lo sa. Sarebbe un guaio se mi cacciassero dal centro. Ma non possono farlo,non ancora. Ho tentato il suicidio quattro mesi fa,ancora non possono farlo.

Insomma,è stata una giornata pessima.
Piangere davanti alla psicologa,cose che escono fuori dai miei peggiori incubi.
Ma ci sono Riccardo e Francesco che hanno aggiustato un pò le cose.
Uno con il suo affetto,l’altro con la sua risata da Criceto.

Autore:

Blogger e studentessa. Iper appassionata di millemila cose. Donna dall'umore super instabile.

5 pensieri riguardo “Out of my Nightmare

  1. I momenti scuri, quelli fatti di rabbia, di odio, di solitudine e impotenza ce li hanno spesso tutte le anime travagliate come noi. Come ti capisco! Sto passando un momento uguale anche io :((
    Mi fa male la pancia, la testa mi scoppia e sento il corpo che “sconocchia” diciamo noi a Taranto… Com’è vero che se stai male nell’anima stai male anche nel corpo! Vorrei lasciare la mia identità e assumerne un’altra, per poi andare fra i bonzi in un convento buddista! Ah, come siete superficiali voi che non ci siete mai passati a giudicarci “cattivi”! Non sapete cosa sia il disagio, il non riuscire a comunicare… Voglio prenotarmi per un volo fra i prossimi colonizzatori di Marte!!!

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