Intervista a Francis Allenby

Buon salve cari lettori,

Oggi sono qui per proporvi un intervista che ho fatto al mio collega Francis Allenby,autore di vari blog qui sulla nostra piattaforma.

Troverete l’intervista divisa in due sezioni; quella Generale con la quale presento l’intervistato in quanto persona, e quella Specifica dove troverete illustrate tutte le attività di questo blogger.

Infondo,poi,troverete tutti i link utili per contattarlo,leggere i suoi blog e le sue opere oppure dare un’occhiata ai suoi schizzi (dei quali tra l’altro troverete qualche immagine all’interno dell’intervista stessa).

Buona lettura ❤

Generale

Ciao Valentina. Intanto ti ringrazio per questo spazio che mi dedichi e per le domande che mi fai, hai un talento innato per queste cose.

– Descrivi il tuo giorno perfetto.
Forse dirò una frase che è già stata usata ed abusata, ma il giorno perfetto, per me, è quello che, alla fine, riesce a darti un bilancio positivo; in pratica tutto ciò che hai fatto, in percentuale, è a tuo vantaggio. Però, credimi, che questi giorni sono molto rari, per me quasi impossibili, ormai.

– Se potessi scegliere tra qualsiasi persona al mondo, chi riporteresti in vita per un ora soltanto?
Non ho nessun dubbio: Mario Mori, l’ultimo dei poeti che scriveva sonetti e poesie in romanesco. Da ragazzo conobbi, sporadicamente, molti personaggi celebri, ma scambiai con loro solo un saluto o una breve chiacchierata, niente di importante, Tutta la rete, tutti coloro con cui ho parlato, che ho incontrato, invece, sanno del rapporto stupendo che si era creato fra me e Mario. Mi sorprendeva, telefonandomi anche se solo ero triste e depresso: Che cosa hai? mi diceva. Ho sentito che avevi bisogno di me. Era una persona straordinaria. Era il padre che non ho mai avuto e che ho sempre desiderato. La vita me lo ha tolto presto, forse perché era un dono molto grande per me e una persona così piena di macanze quale io sono aveva già avuto troppo. Non lo dimenticherò mai.

– Puoi arrivare a novant’anni con il corpo o con la mente di un trentenne: cosa scegli?
Senza dubbio il corpo, perché la mente è sempre qualcosa di fluido, che puoi plasmare come vuoi. Puoi riuscire anche a tornare bambino, con la mente. Invece il corpo è soggetto a deperirsi, al decadimento delletà che ti impedisce di fare moltissime cose. Per cui senz’altro il corpo.

– A chi sei più grato?
Nessuno mi ha mai veramente regalato nulla. Se anche vi sono state persone che mi hanno dato una mano, ed è stato solo sporadicamente, non è mai stato un aiuto totale e costante, come accade per molti: semplicemente mi è stato dato un consiglio al momento giusto o sono stato presentato alla persona giusta. Ma è stato solo un attimo. Credo di dovere tutto a me stesso, per quel poco che sono riuscito a combinare di buono e per quel tanto di cattivo.

– Cambieresti qualcosa nel modo in cui sei stato educato?
Tutto. Avrei voluto avere una famiglia diversa, una famiglia vera, che mi è sempre stata negata. Quando ero bambino guardavo con invidia gli altri coetanei e soffrivo terribilmente perché non avevo ciò che loro possedevano: un padre vero, una madre vera. I miei non lo sono mai stati: sempre lontani, assenti e quel poco che cerano erano così autoritari e spietati che mi facevano desiderare di stare da solo. Ho imparato, così, ad amare la solitudine, a coltivarla. Sono cresciuto da solo, imparando ad essere autonomo.

-Se potessi svegliarti domani con una nuova dote, quale sceglieresti?
La furbizia. Puoi anche chiamarla scaltrezza o astuzia, non cambia nulla: vorrei riuscire a sgomitare ed impormi come fanno tanti, senza crearmi tutti quegli scrupoli che ora mi creo, e sono tanti. Ne ho passate tante, nel corso del mio cammino, per aver incontrato i furbi e i molto furbi sulla mia strada.

– Se potessi sapere la verità assoluta su un qualsiasi argomento, cosa vorresti sapere?
Vorrei sapere tutto, ma proprio tutto, sul successo, in tutti i campi, professionale ed umano.

-Qual è la più grande gioia della tua vita?
La più grande gioia è stato il giorno in cui sono diventato padre per la prima volta: è una gioia che non si può descrivere a parole. Lo sono stato anche quando è nato il mio secondo figlio, certo, ma la prima è sempre la prima. Poi le cose cambiano, i figli crescono e con essi i problemi. Non è mai tutto rose e fiori come vorresti, anzi.

– Qual è il tuo ricordo più caro?
Ricordi belli e dolci ce ne sono tanti: il primo bacio dato a mia moglie, i figli piccoli, le coccole che davo a loro e come me ne prendevo cura: forse ho sempre desiderato essere padre per dare loro quello che non avevo avuto io. Ma non si può mai programmare nulla. Se vuoi che ti dica un ricordo speciale, eccotelo. Ti ho detto che giocavo da solo e, in età prescolare e durante i primi anni delle elementari, abitavo nell’Isola Antica, in via Garibaldi, alle case popolari. Lì il terrazzo era libero per tutti gli inquilini ed io amavo andarci a giocare, con il mio triciclo e con la mia automobilina a pedali. Ogni tanto salivano le ragazze per affacciarsi, posandosi di pancia sull’ampio parapetto di tufo: mi incantavo a guardarle: erano delle creature bellissime per me. Credo che la mia adorazione per la bellezza del genere femminile sia cominciata da allora.

– La tua casa sta per crollare, hai il tempo di salvare soltanto un oggetto: che cosa scegli?
Non ho un oggetto in particolare a cui sono affezionato, o meglio ne ho tanti. Tante cose mi ricordano il mio passato, linfanzia dei miei figli. Per cui, dovendo scegliere, ossia avendo solo me ed unaltra entità da salvare, scelgo di salvare mio figlio e mia moglie e di rinunciare a vivere. Il sacrificio è importante.

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Specifiche

– Francis, tu sei nato in un epoca in cui la nostra città -Taranto- era culturalmente ed economicamente molto diversa da come è oggi, un ragazzo negli anni 70′ come sceglieva gli studi da intraprendere?
Come hai scelto il liceo e poi l’Università in cui studiare?

Si, era diverso, ma non tanto da come è oggi: le persone sono sempre le stesse, con le loro grandezze e le loro meschinità. Ho studiato e mi sono diplomato all’Istituto Magistrale, ma per caso. In realtà all’inizio avevo scelto il Liceo Classico, ma lì mi resi conto che per un ragazzo problematico come me era la scelta errata; per di più ebbi i più gravi e rilevanti episodi di bullismo che abbia mai registrato. Per cui, fra alti e bassi, lo portai a termine e poi mi iscrissi all’Università a Bari, la facoltà di Lingue e Letterature Straniere. Anche questa, però, fu una scelta forzata, che si rivelò frustrante: avrei voluto andare a Roma e concentrarmi solo sullo studio, ma mia madre mi disse che era impossibile, per motivi e economici: o Bari o niente. Mi rassegnai a Bari e mi trovai malissimo, per cui non portai a termine gli studi, pur avendo dato alcuni esami.

– Come è nata la tua passione per le Lingue?
Quando e come hai capito di essere portato per l’inglese?

La nostra è una città di mare: c’è il porto, c’è la Marina Militare. Tutto questo ha sempre reso questo posto frequentato da gente di tutto il mondo. Ecco perché, fin da piccolo, ho desiderato comunicare con quelle persone di altri paesi, specie con i marinai afroamericani, che mi stavano più simpatici di tutti: credo di avere sempre avuto un’anima antirazzista. Cominciai ad apprendere linglese cercando di parlare con loro che mi avevano quasi adottato, perché passavo quasi tutto il mio tempo per strada; in pratica sentivo più loro come famiglia che la mia: avevano un cuore buono e generoso: sentivano che ero un bambino molto solo. Parlavo da ragazzino già linglese degli Stati Uniti tanto quanto la mia lingua madre. Poi, crescendo, mi capitò di fare le prime puntate a Roma (anche senza un soldo in tasca da ragazzo si può fare, ci sono molti espedienti) e in altre città del nostro paese, conoscendo molti stranieri. Quando ebbi compiuto diciassette anni sentii di poter già muovermi da solo oltre i confini. Accodandomi a degli amici andavo spesso in Inghilterra e lì ripulii un po il mio accento yankee, acquisendo quello puramente British. Si, la mia infanzia, la mia adolescenza e la mia prima giovinezza sono trascorse molto di più in ambienti anglofoni. Ma questo non ha mai avuto una caratteristica speciale per me: lho cercato e l’ho vissuto così come era.

– La tua passione per il disegno è nata insieme a te.
Nel corso degli anni a questa si è aggiunto lo scrivere.
Quale è stato il percorso diverso di queste due forme di comunicazione?

Il disegno è la prima, naturale forma di espressione. Col disegno si dà forma a ciò che vedi e senti e ti esprimi senza parlare. Ed è questo che è successo a me. Lo scrivere è arrivato più tardi, con gli anni della pubertà, quando il corpo cambia e con esso la mente e le sensazioni e senti il bisogno di far divenire quello che senti parola. Ma non ho mai dimenticato di coltivare luno e laltro. Soprattutto li intendo così come sono: dei mezzi per comunicare qualcosa, perché non credo nell’arte, o meglio non ci credo più da un pezzo.

– Raccontaci dei tuoi primi schizzi, dei tuoi primi lavori.
Quali erano i tuoi soggetti? I tuoi argomenti? Le tue tecniche?

Sono sempre stato autodidatta. Nessuno mi ha mai insegnato. Da piccolo  avevo nove, dieci anni  mi perdevo nelle riproduzioni dei quadri antichi e cercavo di replicarle, con risultati che non mi soddisfacevano mai. Non mi davo per vinto e continuavo. A diciassette anni incontrai qualcuno che mi diede da studiare i disegni dei Maestri del Disegno (Leonardo e Michelangelo principalmente): lì cominciò uno studio serio sul dettaglio e i particolari, principalmente quelli anatomici. Poi proseguii studiando anche le tecniche degli altri. Ma non ero ancora arrivato a ciò che volevo. Oggi posso dire di sapere più di quanto sapevo in passato, ma non si finisce mai di imparare.

– C’era qualcuno in particolare che ispirava i tuoi lavori?
Un grande maestro oppure una persona che ti era particolarmente vicina allora.

Ti ho già detto di Leonardo, di Michelangelo, come modo di disegnare. Ma, indubbiamente, come personalità, non come artista che non sono, umanamente dico, mi sento vicinissimo a Van Gogh.

– Francis, la tua passione per la scrittura si è sviluppata durante l’adolescenza con i primi scritti sotto forma di diari che erano la tua valvola di sfogo.
Raccontaci della prima volta che hai iniziato a tenere un diario.

I miei primi diari erano le mie agende su cui raccoglievo gli appunti di scuola e lo studio per casa. Avendo tante pagine libere cominciai a riempirle di pensieri. Dapprima erano brevi frasi, anche solo esclamazioni. In seguito i concetti cominciarono ad organizzarsi in qualcosa di più articolato. Avevo sempre difficoltà con la punteggiatura, che risolvevo usando ed abusando dei tre puntini di sospensione. Poi, leggendo (poiché imparai a leggere e scrivere da prima di andare a scuola) presi esempio dai modelli che trovavo nei miei amati libri.

– Hai conservato quei diari? Ogni tanto sei andato a rileggerli?
Quale effetto ti ha fatto rileggere della dura vita da studente adolescente che hai dovuto affrontare?

I diari li ho ancora. Mi capita di andare a riprenderli. Mi stupisco nel vedere come io non sia, fondamentalmente, cambiato. I miei momenti di tristezza e di solitudine li avevo e li ho ancora: semplicemente sono cresciuti con me.

– Che consiglio daresti agli adolescenti che si trovano oggi -nel secondo decennio degli anni 2000- ad affrontare lo studio e la scuola odierne?
Oggi tutto è molto più semplice: ci sono le calcolatrici che permettono di fare i conti senza usare operazioni e tabelline; ci sono i computer, gli smartphone, che ti permettono di cercare notizie su qualunque cosa, ovunque tu sia. Eppure, nonostante questo, mi stupisco di come queste cose così belle siano poco sfruttate, visto che il livello medio di apprendimento si è abbassato di molto. Per cui consiglio i ragazzi di leggere molto di più, dove vogliono, anche se i libri restano sempre i libri e sono i più affidabili. Poi direi loro di stare attenti al bullismo, quello che vedono, quello che subiscono anche e di cui talvolta sono complici: il bullismo è violenza allo stato puro, è un cancro che va debellato.

– Sei un attivista abbastanza conosciuto nella nostra città.
La tua sete di giustizia non si concentra su un solo tema -come molti tarantini che lottano per l’ambiente- la tua lotta è poliedrica; dalla campagna contro il bullismo e il mobbing a quella contro le barriere architettoniche, fino a quella contro l’omofobia.
Qual è la causa che ti sta più a cuore tra quelle per cui combatti, quella per cui daresti il tuo stesso sangue?

Darei il mio sangue per ognuna delle battaglie che combatto: ci credo senza riserve, in ognuna di loro. Ma se fossi davvero costretto a scegliere darei la mia vita per salvare i bambini, dalla fame, dalla guerra, dalla violenza del mondo. Ancora adesso quando sento piangere un bambino mi sento morire dentro, sento come una ferita che sanguina e provo un dolore immenso: farei non so cosa, comprerei non so cosa per consolarlo, per non farlo piangere più. Amo quelle creature indifese, innocenti e non capisco come si possa far loro del male.

– Hai scritto e pubblicato, sulla piattaforma internazionale Amazon, due romanzi brevi;
”Lo stolto di Cardizzini” e ”Canzone triste di un prigioniero di guerra”.

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Narraci l’esegesi de ”Lo stolto di Cardizzini”, i temi che tratta e raccontaci in che periodo della tua vita l’hai scritto.

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L’idea per LO STOLTO DI CARDIZZINI nacque, se non ricordo male, nel 2003. Avevo riletto delle opere di scrittori veristi, Verga principalmente, e mi chiesi cosa ne sarebbe nato se uno scrittore verista di allora avesse usato gli stessi moduli per scrivere una sorta di detective story. Buttai, così, giù uno schema e poi lo arricchii di appunti. Mi recai spesso in emeroteca per trovare notizie sulla vita dell’epoca e sui suoi costumi. Poi raccolsi altre notizie e testimonianze da esperti che potevo trovare facilmente nelle parrocchie (i parroci sono depositari di una gran mole di informazioni). Quando ebbi una bella quantità di dati a cui fare riferimento cominciai a scrivere, ma nel frattempo erano passati degli anni, perché lavoravo presso un istituto privato e avevo solo poco tempo. Solo tre o quattro anni più tardi diedi luogo alla prima stesura che, man mano, avrei limato e affinato. Per riassumerlo in due parole LO STOLTO DI CARDIZZINI è proprio questo: un noir, come scrivo nella presentazione, ambientato nella Sicilia post-risorgimentale. È un racconto a tinte fosche, cupe, dove cè spazio solo per sentimenti sanguigni ed istintivi, senza introspezione psicologica, proprio per ricalcare gli stilemi veristi.

– Oltre a quei due romanzi brevi, tra le tue pubblicazioni troviamo anche la raccolta di articoli che parla delle nostre terre ”Magari il Sud”.
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Nell’articolo I 150 anni dell’Unità d’Italia: quale festa? citavi Pasolini:

“Pier Paolo Pasolini, in un documentario televisivo degli anni settanta, affermava:
L’Italia non è mai stato un Paese unito. Non ci è riuscito nemmeno il Regime Fascista, con la coercizione. Ma, là dove non ha prevalso la forza, ha vinto il capitalismo e quei pochi anni di benessere dovuti al boom economico hanno visto una Italia unita nel consumismo.

Ad oggi, come la pensi riguardo questa affermazione?
Esattamente come allora. Nulla è cambiato, anzi, se vogliamo, le cose sono peggiorate. Sono peggiorate perché, lungi dal trovare un rimedio a questi mali, si sono lasciate delle ferite aperte, che sono incancrenite. Disgraziatamente i politici non ci pensano, non vogliono vedere tutto il male che c’è. Continuano a parlare di un paese che esiste solo nei loro discorsi; un paese che non corrisponde alla realtà.

– L’ultima tua pubblicazione è una breve antologia di racconti gotici in inglese ”The Tales of The Storm”.
Dicci, per quale ragione hai sentito l’esigenza di scrivere in inglese?
Li hai prima scritti in italiano e poi tradotti, oppure come capita ad alcuni scrittori -voglio citare Haruki Murakami come esempio- l’ispirazione ti ha spinto ad esprimerti in quella lingua, per quanto non fosse tua, dentro la quale ti sentivi più libero di sguazzare tra le parole?

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Che bella citazione la tua; ti ringrazio di aver usato un paragone così alto come Haruki Murakami. In ogni caso devo dirti che non mi sento neanche la polvere delle scarpe di un tale gigante. Molto più semplicemente sentivo il bisogno di fare un omaggio: così come LO STOLTO DI CARDIZZINI era un omaggio al Sud, al Verismo, così THE TALES OF THE STORM è un omaggio alla mia, chiamiamola così, seconda madre lingua. Ho sempre amato le ghost stories inglesi, in particolare Montague Rhodes James. Quelle poche cose con cui ho riempito il non gran numero di pagine di quella raccolta sono state pensate e scritte direttamente in inglese, e credo che non riuscirei ad immaginarle in un altro modo, ed intendo tradotte: sono nate così e non posso concepire una versione diversa da quella.

– A Settembre scorso il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è venuto all’Istituto Comprensivo “Luigi Pirandello” di Paolo VI (quartiere di Taranto) per inaugurare il nuovo anno scolastico.
È vero che la scuola ti ha commissionato una grafica da appendere nella sala professori per l’occasione?
In cosa hai trovato l’ispirazione per questo quadro?
Raccontaci come nasce una grafica o un quadro.

Si, è vero, e non rivelo nessun segreto poiché è una cosa pubblica. A dire il vero mi era stato chiesto, inizialmente, di ridare un po di colore ad una vecchia grafica che dipinsi negli anni novanta, in occasione della tragica morte del giudice Giovanni Falcone (che conobbi, da ragazzo) e di sua moglie, Francesca Morvillo. Non mi è sembrato opportuno fare una tale operazione e pertanto ho deciso di crearne una nuova. La genesi è stata difficile e mi ha creato non pochi problemi, dato il periodo di realizzazione, di estate, col caldo estremo, e dato anche il tema: volevo fosse una cosa originale e totalmente diversa, se possibile, dalla prima. Per questo ne sono nate ben due: la prima non mi è piaciuta ed avrei voluto fosse addirittura distrutta. La seconda è stato, per me, un risultato soddisfacente. È stato un dono, un regalo che ho fatto volentieri e con entusiasmo perché rispecchia i miei obiettivi: disegnare o scrivere per veicolare concetti, per condurre battaglie sociali ed umane. Il giudice Falcone, il giudice Borsellino rappresentano la lotta alla illegalità, e sposo pienamente le loro idee.
Più in generale un quadro, o una grafica, ha sempre bisogno di un abbozzo, fatto in precedenza. Si fissano i particolari e dove verranno distribuiti nel riquadro. Poi si studiano le differenti caratteristiche e si analizzano le varie parti (le luci, la prospettiva, ecc.). Infine si passa alla realizzazione vera e propria che avviene, per quel che mi riguarda, a pezzi: in pratica mi dedico prima ad un lato dell’area di lavoro, poi ad un altro, poi ad un altro ancora. Poi rifinisco ognuna di esse ed aggiungo tutte le rifiniture, anche molto piccole. Vado a guardarmelo ogni volta e scatto anche qualche foto, per vedere, in una visione di insieme, se ci sia qualcosa che mi è sfuggito. Alla fine ciò che viene somiglia in qualche modo a quello che volevo fare, ma limmagine ideale rimane sempre e solo nella testa.

Eccoci dunque arrivati alla fine dell’intervista.
Voglio ringraziare Francis 🙂

Contatti

Qui trovate i suoi blog: Malintenzionati , Nel Meridione e Does Anybody Cares About Bullying and Mobbing (sul bullismo e il mobbing).

Le sue opere potete trovarle; Qui , Quo e Qua .

Ed infine,lo trovate su Twitter:
@francisallenby
@Malintenzionat1
@NelMeridione

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8 risposte a "Intervista a Francis Allenby"

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