Bullismo: Dall’altra parte del banco

Buongiorno a tutti,

Oggi vi porto la prima testimonianza di bullismo che va condivisa qui sul blog.

Questa persona l’ha raccontata a me,a voi,a tutti,quindi la ringrazio per essersi messa cosi a nudo col mondo.

Ha avuto grande coraggio nell’esporre la sua storia,che può essere utile a tutti noi,ma per privacy resterà firmata anonimamente.

Cosa possiamo fare con questa testimonianza?

Condividerla! Sui social,sul blog,nella vita reale.

Fatela leggere agli amici,ai vostri figli,ai vostri fratelli,ai vostri genitori.

Non restiamo in silenzio e condividiamo.

Progetto Bullismo IG Post

Buona lettura!


Sono nata nel 1991, quindi ho frequentato le scuole medie quando gli smartphone ancora non esistevano; quando non esistevano i tutorial di make up, ma tutte compravano il “Cioè”; quando i ragazzi non sognavano di essere trapper ma calciatori.
In seconda media è iniziato il mio calvario: sono stata vittima di bullismo per mesi. Come tutte le vittime di bullismo, per anni sono anche stata convinta che tutto partisse da me; che se avessi tenuto la boccaccia chiusa, che se me ne fossi stata al posto mio, non sarebbe successo nulla.
Tutto partì dalla cosa più idiota che si possa fare alle scuole medie – e, perciò, la cosa che automaticamente accadrà: maschi e femmine iniziarono a stilare due liste per decidere chi fossero il ragazzo e la ragazza più belli della classe. Partimmo noi ragazze (eravamo solo quattro, in una classe di 12 alunni): facemmo prima un elenco di pregi e difetti per ogni ragazzo e poi, arrivate alla zona podio, bisognava dire quello che “ci piaceva” di più. Era sottinteso, in maniera maliziosa, che non era solo un giudizio estetico, ma in pratica dovevi dichiarare con chi ti sarebbe piaciuto stare insieme. A me non interessava nessuno dei tre candidati, ma, non capendo perché, le mie tre compagne facevano pressione affinché esprimessi per forza il mio parere.
Il retroscena che non riuscivo a comprendere è che due dei tre candidati erano i ragazzi che interessavano a due mie compagne in particolare. Io in classe mi ritrovavo più spesso a ridere e scherzare con i ragazzi semplicemente perché avevamo lo stesso umorismo e non avevo mai riflettuto sul fatto che, invece, agli occhi delle mie compagne di classe potessi risultare una gatta morta che ci provava con tutti. Era questo che loro credevano di me e, come due Sherlock Holmes improvvisate, intendevano farmi confessare per scoprire chi in particolare delle due mi dovesse temere come avversaria amorosa.
Ma, ripeto, io tutto questo non l’avevo capito e non potevo immaginarlo, perciò, scocciata dal giochino – che trovavo già all’epoca poco edificante – sparai un nome a caso. Disgrazia volle che scelsi il prediletto della più agguerrita delle due. Loro finirono di stilare la classifica, facendo perciò vincere proprio lui. La mostrarono ai ragazzi in un giorno in cui io ero assente e – come mi fu riferito in seguito – l’innamorata del vincitore ci tenne a precisare che ero io, invece, a essermi dichiarata follemente innamorata di lui. Addirittura la complice dell’aguzzina disegnò velocemente sul mio banco (in un momento in cui nessuno vedeva) un cuore con dentro il mio nome e quello del ragazzo, per mostrarlo giusto in quel momento come prova. All’epoca i ragazzi non erano già “maschi” come accade fra gli attuali ragazzi delle medie; all’epoca alle medie i ragazzi rivendicavano ancora per un po’ il mondo delle smancerie e delle femmine. Perciò appena il ragazzo vide il disegno sul banco ci sputò sopra e provò a cancellarlo strofinandoci il piede.
Tutto ciò mi fu riferito nei minimi dettagli in primis proprio dall’assistente dell’aguzzina: le era stato assegnato il compito di fare il doppiogioco – mostrarsi mia amica per raccogliere le mie impressioni; riportare il tutto all’aguzzina, di modo che avesse più carte in mano per potermi distruggere. Iniziò la diffusione di notizie false per diffamarmi: dissero che avevo addirittura provato a dare una scatola di cioccolatini al ragazzo, ma che mi avesse sputata addosso; che la davo a tutti, ma poi sbavavo solo per lui; che mi vestivo e truccavo da puttana proprio per attrarre più “clienti”. Le voci vennero diffuse in tutta la scuola e, in particolare, avendo l’aguzzina un’amica molto stretta nella sezione parallela alla nostra, fece in modo che tutti sapessero tutto nei dettagli, di modo che non avessi più nel piccolo paese dove vivevamo nemmeno un mio coetaneo disposto a volermi rivolgere la parola.
Una volta isolata la doppiogiochista non serviva più: ormai tutti mi disprezzavano, perciò anche loro potevano liberamente sfogarsi e maltrattarmi in maniera plateale, perché nessuno le avrebbe fermate. Iniziarono col lasciarmi sola nel primo banco avanti, di modo da potersi sedere dietro di me e sputarmi addosso – a volte anche quando il prof di turno era distratto. Potevano tranquillamente tirarmi i capelli e fare battute orrende su di me, provocando le risate di tutta la classe. I ragazzi mi tiravano le pallonate quando andavamo in palestra, al punto che una volta mi spaccarono una delle lenti dei miei occhiali da vista.
Io piangevo, mi chiudevo nei bangi a piangere. L’unico che provava a calmarmi, a farmi parlare, era il professore di educazione fisica. Ma non gli dissi mai niente e lui credette che mi maltrattassero solo in palestra, forse solo perché non giocavo granché bene. Addirittura, sentendo gli sfottò che mi facevano anche per la povertà della mia famiglia, il professore di italiano stesso una volta si permise di prendere in giro la mia famiglia e l’umile lavoro di muratore di mio padre. Tutti risero e io mi convinsi che nemmeno dagli adulti avrei mai potuto trovare aiuto.
Per questo non dissi mai nulla né alla mia sorella maggiore né ai miei genitori. Dicevo che non volevo andare a scuola perché non mi piacevano le lezioni, perché non stavo bene, ma mai per il vero motivo.
Passai mesi a subire di tutto, insulti e attacchi fisici – un ragazzo, addirittura, provò a dare fuoco a una mia ciocca di capelli mentre eravamo in gita e il professore era distratto. Poi accadde l’impensabile. Il padre di uno dei nostri compagni di classe si suicidò. Non si seppero mai i veri motivi, perché non lasciò nessun biglietto; però tutti potemmo intuire che ci fossero dietro problematiche economiche. L’evento fu molto tragico per tutti, perché il nostro compagno di classe era sempre molto allegro, il nostro animatore di classe. Ci sentimmo tutti più vicini. Ma io restavo vicina a distanza. Finché non si pose – per le menti malate di apparenza delle mie aguzzine – un problema increscioso: al funerale dovevano essere presenti tutti gli alunni di entrambe le sezioni. Non potevano trattarmi male anche in quella situazione. Si accostarono al mio banco, con arie serie di circostanza, l’aguzzina e la spalla destra. Mi dissero chiaramente che mi proponevano una tregua in occasione del funerale e che, davanti a tanta tragedia, non potevano continuare a pensare a cose così futili come trattarmi male. Perciò finiva là. Niente più torture. Solo malcelato odio. Io non dissi nulla né per accettare né per replicare – d’altronde, quanto poteva mai contare il mio parere?
Da quel giorno non mi trattarono più male, né dissero altre cose offensive su di me. Ma nulla era finito sul serio. All’apparenza sembravano essere non delle amiche, ma almeno persone cordiali, persone addirittura con cui fare quattro risate. Ma un giorno, a mensa, l’amica dell’aguzzina, quella dell’altra sezione, mi disse chiaramente “Ma noi mica parliamo con te perché ci fidiamo di te? È perché ci siamo costrette: siamo ancora nella stessa scuola!”
È quell’”ancora” che mi illuminò: non mi avrebbero mai voluto bene; mi reputavano “ancora” una nullità; semplicemente eravamo “ancora” alle medie. Ma non per molto, per fortuna. Il tempo era passato ed eravamo in terza media, al punto di scegliere la scuola successiva in cui andare. Io, ormai, mi reputavo un’ameba: non avevo desideri; nulla mi interessava. Perciò giocai d’astuzia: ascoltai in silenzio tutte le scelte che volevano fare gli altri, che si accordavano tra loro, incrociando le dita, pur di finire nella stessa classe. La sorte volle aiutarmi: nessuno aveva scelto il linguistico. Bene: andrò al linguistico.

Il giorno del mio primo liceo fu il giorno della mia liberazione, sebbene, non avendo mai parlato con nessuno del terribile periodo delle medie, dovetti essere la psicologa di me stessa, perciò per molte mie fissazioni impiegai anni a togliermele di dosso. La mia autodifesa si andò abbassando grazie a nuovi amici sinceri e all’accertarmi di avere grandi capacità. Solo quando ormai ero all’università raccontai alla mia famiglia e ai miei amici cosa mi era successo.
Ora lavoro nella scuola, guardo i ragazzi bullizzati e li proteggo, li faccio miei amici. Non mi volterò dall’altra parte; non voglio altra gente sola, come fui sola io.

L.


Ricapitoliamo!

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9 risposte a "Bullismo: Dall’altra parte del banco"

  1. Terribile e assolutamente da leggere, ho scoperto che le scuole medie sono un periodo nero per molti, io stessa ho subito prese in giro continue da parte di alcune ragazzine della mia classe, e non ne ho mai parlato con nessuno.. è un’età in cui non ci si rende conto delle conseguenze delle proprie azioni, ci si sente padroni del mondo, e senza un adulto che insegni il rispetto e i buoni valori crescono i bulli… oggi è anche peggio, perché la rete dei social permette una diffusione a 360 gradi, non soltanto nella scuola o nel quartiere, ma oltre i confini

    Piace a 1 persona

    1. I social si,hanno amplificato anche questo problema (anzi,forse questo tra le prime cose).
      Le scuole medie,forse essendo una transizione sono ancora più difficili delle precedenti e delle successive?
      Anche solo vedere che stai iniziando a cambiare da quando eri un bambino crea instabilità in tutti.
      Ma non è giustificabile assolutamente.

      Piace a 1 persona

      1. Vero, l’età è complessa, le ragazze sono più “adulte” dei ragazzi, il carattere sta formandosi, si scopre un mondo diverso da quello dei bambini, tante cose.. ma ovviamente questo non giustifica il bullismo

        "Mi piace"

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