Raccolta di Incubi&Sogni

Violata

Camminavo per chissà dove.
La mia mente era confusa sulla destinazione.
Il mio sorriso faceva intendere che stavo andando in un bel posto.
Buon per me.
Ero trasognata e felice,chissà per dove,quando il sogno si è trasformato in incubo.
Una presa violenta mi ha buttata in terra oltre le striscie della strada.
Era una superstrada quella,non so che ci facevo a camminare sulle striscie zebrate,ma quella mano forte mi tolse dal mezzo.
E mi immerse nell’ombra,dove lo scenario era straperfetto per un incubo coi fiocchi.

Pensi di essere in salvo Valentina?
Fuori dalla traiettoria delle macchine per la strada?
Ti sbagli.Incubo 1
È iniziato. Adesso. Il tuo incubo peggiore.

 

Pensavi di rimanere casta e pura per sempre?
Desideri essere seppellita cosi come sei venuta al mondo,vero?
Niente di ciò che desideri si realizzerà mai.
Non sarai più casta dopo…

Non ho capito niente.
Ho sentito il freddo addosso.
Mi sono guardata e ho visto che mi mancavano dei vestiti,che delle mani viscide mi stavano denudando senza la mia volontà.
Sul mio volto si impresse un espressione di orrore misto a terrore.
No. Non posso. Non può essere.
Non posso essere violata.
Sono una chiesa sconsacrata.
Non mi si può avvicinare con questo fare satanico.
Non…no,non farlo…non fatelo..
Sentivo freddo e piangevo,gridavo aiuto ma sapevo che nessuno sarebbe accorso per aiutarmi.
Il mondo era scuro,oltre il guardrail c’era questo bosco che tutto offuscava alla vista esterna,e tutto ingoiava al suo interno.

C’era lui,che non parlava,che osservava e dava ordini.
Non era una figura chiara e riconoscibile.
Ma aveva i capelli biondi e gli occhi azzurri,e il tipico sorrisetto beffardo di chi so io.
Il prototipo del mio principe azzurro da bambina adesso era venuto a bruciare la mia anima tutto bello imbellettato.
C’erano mani femminili,capelli lunghi e scuri che mi ondeggiavano davanti.
Non si capiva niente,erano in tanti ed io ero sola e senza forze.
Le mie mani e le mie caviglie erano trattenute al terreno con forza immane,il mio viso veniva accarezzato con perversione da occhi oscuri che venivano dall’alto.
Il principe azzurro e biondo invece era su di me,ormai nuda e inerme.
Ero la vittima di un fottuto scherzo di cattivo gusto?
No.
Ero la vittima di me stessa.
Vittima della troppa paura e chiusura verso il mondo esterno.
Vittima del mio stesso odio.
Quel mondo esterno era li adesso,che mi dominava e mi voleva completamente umiliare e lasciare svuotata della mia anima.
Era qualcosa di estremamente mostruoso ciò che stava accadendo.

Non so nemmeno com’è fatto il mio corpo nudo,ma nell’incubo sentivo di essere toccata e violata in posti cosi reconditi che nemmeno avrei mai voluto immaginare la loro esistenza.
La mia intimità deve rimanere mia,certi pezzi di corpo sono solo del diretto proprietario.
Non sono condivisibili.
Non sentivo altro che mani viscide,parole putride e fiati puzzolenti su di me.
Non sentivo altro che il mio pianto isterico e le mie grida interminabili.
Vedevo poco,quel poco che mi bastava per capire cosa mi stavano facendo.

No. Non sarai pura per sempre.
Nell’anima sei marcia.
Presto anche il tuo corpo lo sarà.
Marcio e svuotato per sempre.
Violato da uno sconosciuto.

Il dolore e l’umiliazione erano al parossismo quando le cose cambiarono.
Iniziarono le torture.
Perchè non solo mi si voleva privare della mia castità.
Si voleva anche torturare e umiliare quella che per loro era stata sempre la più grande fonte di divertimento,il bersaglio umano a loro disposizione sempre e ovunque.
Era la resa dei conti.
L’ultima umiliazione.
Dopo di essa?
Dopo non sarebbe esistito.
Era la fine.

Sentivo i capelli che mi venivano strappati con parole cattive.
Sentivo e vedevo calci che mi facevano volre terreno in bocca e mi fratturavano la mascella.
Sentivo tutte le ossa parlarmi,prima una e poi l’altra avvisarmi che c’era un problema.
«Hey Vale,mi sa che mi sono rotta» «Non ti dispiace non poter camminare,vero?»
«Valentina» e sentivo il crack delle ossa incrociate sul gomito,una scarpa sporca e puzzolente che ci si poggiava sopra con tutte le sue forze,mentre dall’alto arrivava una risatina malefica, «mi sono spezzata».

Non finiva.
Non finiva mai.
E non finirà mai.
L’umiliazione è dietro l’angolo.
Vivo spaventata e timorosa,ma svolto l’angolo e subisco tutto quello che devo subire pur di andare avanti.
Ormai non mi si perdonerebbe di mollare ora.

Quando mi sono svegliata da questo sogno ero stanchissima,come se non avessi dormito tutta la notte.
Durante quella giornata che passai al centro diurno Pie mi fece notare che avevo un graffiaccio sul gomito.
Ancora è li,ancora me lo guardo e ricordo quell’incubo di umiliazione.
Sicuramente me lo sono fatto da sola quella notte,pensando e odiando me stessa perchè sono il fottuto bersaglio di tutti.

 

 


 

 

Mano ferita

Ero indecisa se fosse la selva oscura di Dante che mi si presentava per la prima di chissà quante volte in sogno,oppure fosse il bosco di Twilight.
Dove Edward confessa a Bella di essere un vampiro.
In mezzo a quegli alberi altissimi e fittissimi di nebbia.
Sul quel terreno umidiccio e muschioso che ricorda proprio il clima che c’è dove vivo io.
Sono ancora indecisa.

Comunque sia c’eravamo io e mia madre in questo bosco,in mezzo ad un piccola radura spogli d’alberi e di luce,nella penombra della nebbia umidiccia parlavamo confusamente.
Poi alzai la mia mano sul viso e vidi che avevo un graffio.
«Mamma,me l’hai fatto tu questo?» le chiesi.
Lei non rispondeva,mi prese la mano e la esaminò.
La guardai di nuovo e il graffio era sparito.
Mia madre fece qualche passo verso una casetta appena comparsa infondo alla radura,ed io mi guardai ossessivamente la mano ancora una volta.
La ferita era ricomparsa e si muoveva ora.
Viveva,era una cosa a se stante da me.
Pulsava e scorgava sangue sul palmo e poi sul terreno.
Io inclinai il capo confusa,chiusi il pugno cercando di trattenere il sangue,quando riaprii la mano la ferita era nuovamente un graffietto cicatrizzato da tempo.
Incubo 2Come aprivo e chiudevo gli occhi la ferita si trasformava continuamente,come un mostro che voleva farmi impazzire e dubitare della mia lucidità.
Iniziai a camminare per il bosco e oltrepassato uno di quei pini magri e altissimi mi ritrovai in un bagno sudicio.
Sembrava un bagno di scuola,ma non mi ricordava nessuno di quelli delle scuole che avevo frequentato.
C’erano scritte oscene sui muri,acqua spruzzata a caso per terra,fanghiglia tralasciata dalle scarpe di qualcuno,ed io in mezzo alla luce diafana a guardarmi ancora la mano.
Una delle porte delle toilette si aprì violentemente e ne uscì una ragazza che se la lasciò sbattere alle spalle.
Andò al lavandino a lavarsi le mani ed io la imitai.
Mentre scorreva l’acqua dalle mie mani scorreva anche sangue.
«Hai bisogno di aiuto?» mi chiese la sconosciuta guardando il sangue mescolato ad acqua calcarea.
«Ho bisogno della mia mamma» risposi.
E mi svegliai.

 


 

Hospital

 

Mi trovavo in un parcheggio per camion.
C’erano camion ovunque mi girassi,in alcuni c’erano vecchi ubriaconi che si erano appisolati,in altri gente che viveva.
Dentro al camion scoprivi una casetta mobile.
Sapevo cosa stavo cercando.
Un bambino.
Un neonato.
Per mia sorella.

Nonostante avesse già la piccola marmocchietta di quattro anni a cui badare,desiderava ardentemente un neonato,ed io volevo accontentarla perchè i nostri desideri ed emozioni erano indissolubilmente uniti sempre.
Allora mi avvicinai ad un camion nel quale brulicava vita e vidi un neonato che sembrava un bambolotto per quanto era perfetto.
Biondo e paffuto come il CiccioBello.
Il mio pensiero andò a Francesco.
Entrai e presi la creatura che ovviamente iniziò a piangere.
La gente a cui apparteneva iniziò a rincorrermi per tutto il parcheggio di camion finchè non mi presero.
Apparve mio padre,che io sapevo essere lì da qualche parte già da prima.
Cercò di discolparmi,di chiedere scusa per me,che ero solo una povera squilibrata.
Intanto però arrivava la polizia,che sentenziò che dovevo essere ricoverata in ospedale psichiatrico per un periodo.

Incubo 3
Mi svegliai su un letto d’ospedale,i colori del sogno erano diventati tutti seppia,come se avessi fatto un salto nel passato.
Le infermiere erano vestite stranamente,non come lo erano quando sono stata in ospedale un anno e mezzo fa.
La stanza dov’ero non era unica.
C’erano altri pazienti con me,in tre o quattro letti accanto al mio.
Avevamo un comodino a testa e infondo alla stanza c’era una specie di incubatrice.
Di notte,vedendo le infermiere dormichiarre sul loro bancone infondo al corridoio,mi avventurai per la camera.
C’era una donna legata al letto con i capelli arruffati e la testa di lato,sembrava dormisse.
Passai davanti al letto di un ragazzo che leggeva la Bibbia.
Non somigliava a Francesco,ma ad un mio vecchio compagno di scuola elementare,eppure sapevo che era lui.
Alzò lo sguardo e mi guardò spaventato,alzò il libro sopra i suoi occhi per evitare di incontrare i miei.
Addosso avevo una di quelle tuniche di plastica che si vedono negli ospedali stranieri.
Stranamente avevo le gambe di fuori,pulite e liscie,e i piedi che strascicavano sul pavimento.
Finalmente arrivai all’incubatrice,e mi resi conto che era un acquario.
C’erano le turte dentro.
Ma solo due.
Toni e Tina,le più grandi.
Tuga mancava.
Ed io lo sapevo.
Sapevo che mi avevano tolto una figlia,perchè avevo commesso troppi errori,e quello era il prezzo che dovevo pagare.
Provai tristezza infinita per la mia piccolina,mandata in affidamento chissà dove,e allungai un dito verso le mie piccoline che si erano svegliate alla vista della mamma.
Mi sembrava di poter comunicare con loro,mi chiedevano quando saremmo tornate a casa.
«Presto…presto a mamma» risposi io mentre sentivo dei rumori dietro di me.
C’era un infermiera che mi guardava dal fondo opposto della stanza.
«Vi amo figlie mie» mormorai e corsi al mio letto.
Mentre attraversavo lo stanzone vidi che il ragazzo con la Bibbia in mano mi guardava preoccupato.
Mi sembrava di poter comunicare anche con lui.
«Voglio tornare a casa» mi disse credo nella mente.
«Anche io» risposi saltando sul mio letto mentre l’infermiera mi guardava arrabbiata.
«Non sono permesse visite alle sue figlie!» mi gridò con un dito contro, «Dovrò comunicarlo al dottore e deciderà lui che fare!!» gridò e poi girò i tacchi e se ne andò.
«No,no,no!» «Nooo!» gridai io strappando il lenzuolo.
Senza di loro non potevo respirare.
Per questo erano li con me,perchè senza di loro non potevo vivere.
Sentii che il dottore me le avrebbe tolte,sentivo le loro conversazioni anche se distanti.
I miei sensi erano acuiti li dentro in quel momento.
Mi voltai verso il ragazzo con la Bibbia,e nonostante fosse letti distante da me lo vidi bene e ci scambiammo due sole parole.
«Facciamolo. Ora».
Mi alzai e mi vestii.
Trovai i miei vestiti in un armadietto accanto al mio letto,e infilai le scarpe.
Percorsi lo stanzone e prima di arrivare all’acquario guardai il ragazzo,era fermo davanti al suo letto,al mio passaggio venne dietro di me.
Presi Toni e Tina, «Andiamo alla mamma,si torna a casa» e mi avviai furtiva tra i corridoi assieme al ragazzo che mi stava alle costole e mi avvisava se c’era un infermiera nelle vicinanze.
Le turte dormivano tra le mie mani,e mi comunicavano nella mente paura e ansia di tornare a casa il prima possibile.
«La mamma lavora per voi,tranquille,mo torniamo».
Arrivammo davanti ad un grande finestra che dava su un giardino spoglio e un bosco oscuro in lontananza.
Dietro di noi ci seguivano le infermiere.
Aprii la finestra a calci.
«Saltiamo» dissi al ragazzo.
Mi strinsi le turte al petto e mi buttai di spalle nel vuoto.
Atterrai su un morbido materasso che stava sul retro di un furgoncino con il cassone,alla guida c’era il mio fidato papà pronto a riportarmi a casa.
«Vai!» gli gridai guardando il ragazzo al mio fianco che era atterrato da un pezzo e mi guardava sorridente.
Mio padre partì a tutta birra e i colori tornarono.
Mi svegliai.
Sorrisi.


 

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God Hates Us

Andavo a scuola,nella stessa classe che ho frequentato il primo anno di superiori con la mia,all’epoca,migliore amica Fiammetta.
Era tutto piuttosto confuso,io aspettavo qualcuno,guardavo costantemente la porta ma lei e le altre ragazze mi dicevano di stare attenta alla lezione.

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Fury,sleep & reason

Lunedì 4 Luglio
1° Strato: Rabbia

…Qualunque cosa io le dicessi,non arrivava alla sua coscienza. Tra me ed Eri c’era una sorta di strato trasparente di spugna,e le parole che mi uscivano di bocca,quando lo attraversavano venivano private di quasi tutta la sostanza.

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Il 20° Giorno

È il 10 Marzo,oggi.
Non so perchè -forse perchè sto leggendo un libro che si esprime in questi termini- ma mi viene voglia di invertire le parole,oggi.
Io di solito l’oggi lo metto sempre all’inizio delle frasi perchè è più corretto e anche per un mio strano meccanismo mentale il quale recita Il tempo è importante specificarlo subito,è il fondamento di tutto il resto della frase,,della vita.

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Supermassiccio Buco Nero

Stanotte ho fatto un sogno.
Era un sogno strano ma nuovo.
Non l’avevo mai fatto prima ma mi ricordava sogni vecchi che facevo l’anno scorso di questi periodi.

Di questi periodi l’anno scorso sognavo la morte di Franky,come me la sono sempre immaginata da ciò che ho visto quel giorno nella sua camera,e sognavo il suo funerale.

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