So Far Away…

Ci sono due modi per gli adolescenti per affrontare un trauma.
O,iniziano a drogarsi,a bere e a rubare,o trovano il loro mondo nella loro arte.
I più deboli cercano rifugio nella ‘’cattiva strada’’, i più forti si rifugiano nell’arte.
Ognuno di noi ha la propria arte,la propria salvezza,il proprio posto nel mondo.
Che sia il disegno,la recitazione,la fotografia,la scrittura,la moda,la musica,ognuno ha il suo posticino nel mondo.

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Quello che noi chiamavamo «concerto»

 

Oggi mi sento in vena di raccontare qualcosa della band,ho deciso di scrivere come si svolgevano i nostri «concerti» sotto il mio punto di vista.

 

Ovviamente secondo il punto di vista di Gianluca il concerto equivaleva ad un occasione per lanciare occhiate disgustosamente seducenti alle sue amichette.

Per Frank credo che il concerto avesse un significato simile al mio,visto che lo vivevamo praticamente in simbiosi.

Per Anto credo fosse un semplice passa tempo,lui sicuramente era il meno appassionato e motivato di tutti,ma per lo meno non lo faceva per rimorchiare.

E nonostante ai miei occhi sembrasse il meno motivato di tutti,è stato l’unico che non ha mai abbandonato il progetto,anche quando io ormai non ne volevo più sapere,forse l’ho sempre sottovalutato,si…

 

 

Dal mio punto di vista il concerto era quel sabato sera nel quale mi divertivo e sfogavo la rabbia accumulata,era quella serata nella quale vedevo Franky sorridere e mi sentivo in pace con il mondo.

 

Di solito io e Franky andavamo a casa di Gianluca e dopo che arrivava anche Anto,il nonno di Gianluca con il suo furgoncino si scortava a casa del mal capitato che ci aveva chiesto «Hei raga,sabato faccio una festa per il mio compleanno,venite a mettere un pò di musica?».

Accettavamo sempre,anche se avevamo altri impegni o qualcosa che potesse intralciarci.

Gianluca accettava anche se aveva un appuntamento con la sua «fidanzata» e la invitava alla festa.

Anto accettava sempre senza esitare,qualche volta ha trascurato lo studio pur di venire con noi,e recuperava durante la notte.

Franky accettava sempre quando gli tiravo un pugnetto sul braccio invitandolo a sorridere.

Io accettavo prima di tutto perchè amavo divertirmi a cantare,poi anche perchè avevo bisogno di sfogare la rabbia accumulata,anche perchè pensavo avessimo bisogno di esercitarci il più possibile e infine lo facevo anche per Franky.

 

 

Ho cantato a feste di persone che odiavo,di persone che non conoscevo perchè amici di Gianluca e ho cantato perfino davanti ad un gruppo di rockettari incerti se tirarmi addosso i pomodori o applaudire. (Alla fine restarono tutti muti,almeno non mi sono beccata i pomodori xD)

Nel furgoncino ormai eravamo abituati a sentire Gianluca che progettava la serata con particolari torbidi,e Francesco che ripeteva sempre la stessa frase «Quando guiderò io,noi verremo da soli Vale»,ogni tanto si proponeva anche di portare Anto con noi,cosi da lasciare Gianluca solo con i suoi pensieri pre concerto.

Arrivati a destinazione era compito mio,di Franky e di Anto trasportare la batteria in casa,visto che Gianluca non muoveva mai un dito.

Litigi a parte,in questo intermezzo io ne approfittavo per guardarmi intorno e vedere di chi fosse la casa,mentre Gianluca come al solito attaccava bottone con la biondina di turno che incontrava nel corridoio.

Quando noi eravamo pronti per suonare erano ormai arrivati tutti gli invitati (ormai avevo imparato gli orari a cui arrivare per non dover aspettare troppo che arrivassero gli invitati ne essere in ritardo).

 

 

Iniziavamo a suonare,era mia abitudine lasciare l’onore a Frankie di suonare la prima nota e poi i due imbecilli lo seguivano a ruota.

A scegliere la scaletta delle canzoni da suonare dovevo essere io in quanto capo assoluto,ma Gianluca si intrometteva sempre con commenti del tipo «Ma quella canzone è difficile,non mi viene bene» – «Facciamo questa che piace di più al mio amico» – «Questa fa più effetto,senti a me» e mi costringeva a cambiare le cose secondo i gusti suoi e dei suoi amici.

 

 

Però rimanevano sempre quelle due o tre canzoni che erano tra le preferite di me e Frankie,nelle quali ci divertivamo un mondo a suonare e cantare.

La prima tra tutte era Hysteria dei Muse,che ormai Francesco sapeva suonare alla perfezione ed io la conoscevo a memoria da cosi tanto tempo che cantarla era sempre il momento più facile della serata.

Più facile e più bello,perchè mi ricordava il giorno in cui avevo capito di essermi innamorata del chitarrista.

Ci scambiavamo sguardi complici durante tutto il concerto,ma soprattutto durante Hysteria.

Era una canzone che cantavo a lui.

Il testo,tutte quelle parole io le provavo in quel momento nei suoi confronti.

E mi lasciavo trasportare dalla frenesia e iniziavo a saltellare come una cretina,lui mi seguiva sempre ,non mi lasciava mai fare la figura della cretina da sola.

Sentivo il pavimento cedere sotto il peso della mia rabbia,della mia emozione e del mio incontenibile entusiasmo e mettevo più forza nei miei salti cercando di far sprofondare nel pavimento tutti i dubbi e le perplessità che mi corrodevano dentro.

 

«I want it now

Give me your heart and your soul…

I’m breaking out

Last chance to lose control…» cantavo rivolgendomi personalmente al chitarrista.

 

«I want you now

MUSE
L’uomo che mi ispira ogni giorno,signori e signore… Mr. Matthew Bellamy.

I’ll feel my heart implode!» su questa frase scoppiavo sempre in qualche salto pericoloso,ma non cadevo mai.

 

Questa frase me la vorrei tatuare un giorno,da quando sono bambina sa sento nel cuore,mi esprime molto di più di quanto si possa pensare.

«...E sentirò il mio cuore implodere..

 

Ed io sentivo il mio cuore implodere di mille emozioni tutte insieme in quei momenti;lo sguardo di Frank addosso,la felicità di fare ciò che mi piaceva,la leggerezza che sentivo dopo aver sfogato la rabbia in quelle parole,i sorrisetti di Gianluca e l’approvazione di Anto mi portavano in un turbinio di emozioni contrastanti.

 

Mi sentivo felice,euforica,credevo in me stessa come mai avevo fatto in vita mia,sentivo la tacicardia e l’immenso desiderio di abbracciare e baciare Frank li seduta stante,la rabbia nei confronti dei sorrisetti di Gianluca che non faceva altro che godere nel vedermi cosi fuori di me e la frustazione che mi metteva addosso l’approvazione di Anto.

«Cavolo,fai qualcosa una buona volta» avrei voluto dire ad Anto per spronarlo a lasciarsi andare.

«Stai zitto e fermo,non guardarmi bastardo,non sarò mai tua» – «Tutta questa eccitazione me la può mettere addosso solo il chitarrista qui accanto a me» avrei voluto sputare in faccia a Gianluca.

«Non vedo l’ora che il concerto sia finito amore mio,non vedo l’ora che tu sia tutto mio» – «Ma quanto sei bravo? Troppo,sei troppo per me e questi due cretini» avrei voluto dire con gli occhi sognanti a Franky.

Ma alla fine non parlavo con nessuno di loro,continuavo a cantare fino alla fine del concerto e dopo aver rimesso nel furgone tutte le attrezzature mi stendevo su quello che rimaneva del palco e facevo un resoconto delle emozioni provate quella sera.

 

La calma e la pace che mi rimanevano alla fine della serata mi rendevano serena per i giorni seguenti e il ricordo della rabbia che vomitavo fuori mentre cantavo rendeva giustizia al mio intestino in subbuglio.

 

 

Il concerto più importante che abbiamo fatto è stato in un locale fuori città,in cui proprietario era uno zio di Gianluca e ci aveva dato questa opportunità.

Diceva che ai suoi clienti non sarebbe dispiaciuta un pò di musica il sabato sera e il palco che aveva fatto montare anni prima lasciandolo inutilizzato perchè non aveva mai trovato un gruppo da farci esibire sopra,non aspettava altro che noi.

Quando il concerto finì era ancora un orario accettabile ma noi rimanemmo fino a tarda ora visto che era stato lo zio di Gianluca -il proprietario del locale- ad accompagnarci.

 

Le ultime luci fioche che provenivano dalla cucina illuminavano a mala pena la sala vuota ed io come al solito mi godevo il mio momento di solitudine sul palco vuoto.

Quel palco era parecchio alto da terra,sicuramente il più alto sul quale sia mai salita a cantare e avevo lasciato un braccio penzolare fuori dal bordo per sentirmi in vento fresco che entrava dalle finestre sulla pelle.

Dopo qualche minuto di silenzio sentii dei passi e poco dopo sentii che qualcuno mi stringeva la mano.

Capii di chi si trattava senza neanche aprire gli occhi,poi gli aprii e sorrisi al soffitto.

«Sempre a fare cose strane eh? Poi dici che sono io il pazzo,Vee» disse lui.

(quando eravamo in veste di band,mi chiamava sempre con il mio soprannome)

«Lo so,sono pazza anche io,altrimenti non staremmo cosi bene insieme,non ti pare?» risposi io voltandomi a guardarlo.

Francesco mi guardava sorridendo e dopo qualche secondo era salito sul palco anche lui.

Si sdraiò alla mia sinistra e scrutando il soffitto mi chiese «Cosa vedi?» .

«In questo momento mi è passato davanti il viso di Alex Turner» risposi io prendendolo in giro.

«Come al solito,lui è al primo posto nei tuoi pensieri,lo sapevo..» rispose lui affranto.

«Mmh…adesso mi pare di vedere un ragazzo…un ragazzo alto,con i capelli castani,gli occhi neri,cosi profondi che mi ci potrei perdere dentro,ma aspetta…non è Alex Turner questo» dissi,mi voltai e guardandolo negli occhi dissi «Mi sa che sei tu,oppure vi somigliate molto».

Lui sorrise e mi accerezzò la guancia in un gesto d’affetto.

Tornò a guardare il soffitto e disse con occhi vuoti «Io vedo il futuro,vedo un grosso buco nero Vee».

«Io vedo tanti concerti in futuro,vedo un tour con gli Avenged Sevenfold,ti vedo ridere e scherzare con Synyster Gates mentre io me ne sto in un angolino imbronciata» – «Magari…vedo anche un tour con gli Arctic Monkeys nel quale tu fai sempre la parte del geloso ed io seguo Turner ovunque vada» dissi sghignazzando,cercavo di sdrammatizzare i suoi pensieri malinconici.

«Non credo proprio che lo seguirai ovunque vada,dovrai passare sopra il mio cadavere» ribatte lui costringendomi a voltarmi verso di lui.

«Credi davvero di portermi tenere lontana da Turner? Non farti troppe illusioni» continuai con un sorrisetto stampato in faccia.

«Dio,ti adoro quando fai quel sorrisetto alla Synyster Gates,ma come fai?!» disse lui tutto emozionato accarezzandomi il viso.

«Ma non lo faccio apposta,lo sai…che rottura» – «Per farmi un complimento devi sempre prendere in causa quello?» risposi io un pò stanca delle intromissioni di Brian nelle nostre vite.

«Ma…» balbettò lui ma non rispose.

Riempii il silenzio e lo baciai.

«Facciamo un tour con i Muse e non se ne parla più,ok?» proposi un compromesso.

«Mi sembra un buon compromesso» rispose lui sorridendo.

 

 

Quel compromesso è andato a farsi fottere ma i miei progetti sulla band ancora no.

 

Ho ancora una speranza,e con il tempo troverò il modo di realizzarla anche senza il mio chitarrista.

 

 

 

 

 

 

Questa è la descrizione di quelli che noi chiamavamo «concerti» ma che nel mio cuore hanno un solo nome scritto con il pennarello indelebile;

V I T A

La beatitudine del palco

Quando cantavo alle feste dei miei amici con la mia band ricordo di aver scoperto e sperimentato una delle cose più rilassanti e suggestive della mia vita.

Il concerto finiva,la festa si spegneva e rimanevamo solo noi a smontare le nostre attrezzature sgangherate per poi tornarcene a casa.
La maggior parte delle volte il nostro batterista,G,si sedeva in un angolo e stava a guardarci sfaccendare mentre lui tirava sguardi ammiccanti alle ragazze semi svenute sui divani.
Una sera però le cose andarono diversamente.

Finito di suonare mi ero stavaccata sul divano del padrone di casa stanca morta e G si iniziò a lamentare per questo mio attimo di pigrizia.
Mi alzai e andai ad aiutarli,cosa che lui ovviamente non stava facendo ne aveva intenzione di fare.
Mentre sistemavo nella custodia la chitarra e tutti gli accessori del nostro chitarrista che era anche il mio fidanzato,quest’ultimo mi si avvicinò,mi disse che avrebbe sistemato tutto lui,che ero visibilmente stanca e che dovevo riposarmi.
Non so perchè,forse perchè non volevo andare a sedermi accanto a G,ma in quel momento pensai che sarei stata meglio li,li dove mi sentivo a casa,sul palco.
Mi sedetti ad un angolo del palco improvvisato che avevano costruito per noi e mi misi a guardare anche io mentre loro mettevano a posto.
Un quarto d’ora dopo era tutto sistemato nel furgone del nonno di G che era pronto a riaccompagnarci a casa,ma i ragazzi mi avevano persa.
Dovevamo uscire tutti insieme da quella casa ma io dissi loro che dovevo fare una cosa prima,loro pensarono che dovessi andare in bagno,invece restai sul palco.
Ero cosi stanca che l’unica cosa che mi attraeva era la superficie piana del palco,allora mi ci sdraiai sopra.
Quando mi trovarono ero mezza addormentata al centro del palco con le braccia spalancate come se stessi aspettando di abbracciare qualcuno.
Il mio fidanzato disse che probabilmente avevo bevuto in loro assenza e per questo ero un pò confusa ma non erano andate cosi le cose.

teatro-danza

Sdraiata in mezzo al palco avevo scoperto la sensazione più forte che avessi mai sentito in vita mia di pace e tranquillità.
Chiusi gli occhi e mi rilassai,attorno a me vedevo ciò che era successo poco tempo prima su quel palco,le canzoni che avevo cantato struggendomi e vedevo la vita scorrrermi davanti.
Quei pochi metri quadrati di palco improvvisato racchiudevano tutta la mia casa e tutto il mio piccolo ma felice mondo.

Nei miei pensieri vedevo il chitarrista suonare con tutta la rabbia che aveva dentro,e sentivo ancora addosso i suoi sguardi complici,poi aprii gli occhi e mi si presentò la realtà come un fulmine a ciel sereno.

Quello stesso chitarrista che stava in piedi accanto a me e mi guardava un pò preoccupato ma per lo più arrabbiato.
Iniziai a ridacchiare in preda ad una strana euforia che mi stava crescendo dentro e lui mi prese per mano aiutandomi ad alzarmi.
Lui dichiarava che ero ubriaca mentre io lo guardavo capendo che l’unica cosa che mi stordiva era lui e la sua passione nella musica,quella passione che avevamo costruito insieme,quella passione che ardeva nei nostri cuori e che sembrava destinata a portarci da qualche parte in alto.
Quella stessa passione che non ha potuto niente contro la morte.

Non salgo su un palco,anche se diroccato,da molto tempo e non so se mi farebbe ancora lo stesso effetto stare sdraiata sul palco vuoto a fine concerto. Sono cose che credo facciano parte di una vita passata che non posso più riacchiappare ormai.